Sono in tanti a pensare alle parabole come alle pagine più facili del vangelo, quelle che si possono raccontare ai bambini. Non è così, ma l’esatto contrario! Gesù parlava “con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano” (Lc 8,10), cioè per sconvolgere il modo di pensare di chi lo ascoltava.
La parabola del padre misericordioso, chiamata comunemente ed erroneamente del “figliol prodigo”, è probabilmente “la più raccontata ai bambini”, spesso mutilata dell’ultima parte che, con quel figlio scorbutico e antipatico… ne rovina la poesia.
È bene sapere, invece, che la parte più importante delle parabole - come per i discorsi, come per i film - è il finale, perché soltanto lì il messaggio si manifesta.
Partiamo allora dalla fine, dal figlio maggiore che rimane fuori della porta e che il padre esce a supplicare: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Sarà entrato quell’antipatico? Gesù non ce lo dice. Lascia la soluzione a noi. Ci dà però un “aiutino”, riferendoci la risposta che il figlio rivolge al padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici”.
“Io ti servo”.
La risposta è qui. Per il figlio maggiore, il padre è un padrone da servire. Questa è l’idea che i farisei hanno di Dio. Per questo mormorano contro Gesù, perché “accoglie i peccatori e mangia con loro”. Essi non riescono a concepire un Dio che corre incontro a un figlio che ritorna “per fame”, dopo averlo abbandonato e aver “divorato le sue sostanze con le prostitute”; un Dio che lascia novantanove pecore per cercare quella che si è persa; un Dio che considera un figlio che ritorna una “moneta ritrovata”.
Per i farisei ai quali Gesù racconta la parabola, Dio è un padrone: lo servi, rispettando le sue regole, anche se con il cuore freddo come il figlio maggiore, ed egli ti premia, allontanando senza sentimentalismi quelli che se la spassano, come il figlio giovane.
Ma a noi cosa vuol dire Gesù?
Questo è quanto voleva far capire Gesù ai farisei, mettendo in crisi la loro idea di Dio.
Ma, oggi, a noi cosa vuol dire Gesù? È questo che ci dobbiamo chiedere, perché non abbiamo ascoltato la parabola per impararla. La sapevamo già sicuramente.
Gesù ci invita a verificare se consideriamo Dio un padrone da servire, o un padre da amare.
La verifica è necessaria. Anche in noi ci può essere qualche residuo o qualche incrostazione di fariseismo. Siamo sinceri! Chi di noi non si è trovato a pensare che “lontano dalla casa del Padre”, senza le sue regole, senza le sue indicazioni, si vive meglio? Che, lasciandosi alle spalle il vangelo, si è più liberi, ci si diverte di più, ci si gode la vita come quelli che il vangelo della tivù ci mette davanti agli occhi tutti i giorni?
Chi di noi non ha provato resistenza ad affidarsi a lui, ad accogliere la sua parola con generosità e fiducia. Chi di noi non è stato tentato di accontentarsi a essere “brave persone” come il figlio maggiore (la fotocopia del giovane ricco che rispetta i comandamenti, e tanto gli basta di Mt 19,1-22), fedele, ma senza slanci; obbediente, ma senza la confidenza che gli permette di chiedere un capretto per fare festa con gli amici.
Chi di noi non ha avuto paura che, dandogli il dito, poi Dio possa prenderti tutto il braccio? Perché accogliere un Dio, padre misericordioso, ci obbliga a essere misericordiosi come lui. Come Mosè che, ricordando a Dio la sua misericordia, non può non essere misericordioso con il suo popolo. Come Paolo che, riconoscente perché gli è stata “usata misericordia”, non può non spendersi per i fratelli.
Gesù ci invita a pensare a Dio come un padre che ci lascia liberi anche di abbandonarlo, ma sempre pronto ad aspettarci e ad abbracciarci. Se non crediamo a un Dio così, non troveremo il coraggio di entrare nella sua casa. Rimarremo piantati sulla porta.
Ma se quel figlio maggiore ci è antipatico, pensiamoci bene prima di comportarci come lui.