Questa parabola, chiamata una volta “del figliol prodigo”, la conosciamo fin da bambini e l’abbiamo ascoltata una infinità di volte con commenti, riflessioni, spiegazioni, prediche di ogni tipo. Per non rischiare il “questa la so”, proviamo ad accoglierla, cercando di individuare il personaggio del racconto con il quale ci sembra possibile identificarci.
Il padre
Be’, metterci al posto del padre proprio no. L’uomo che “aveva due figli”, lo sappiamo, è Dio. E anche se ogni tanto ci passa per la testa l’idea che forse sapremmo fare il suo mestiere meglio di lui, dobbiamo riconoscere di non poterlo sostituire. Ci scoccia non poco, perché il sibilo insidioso del serpente: “Il giorno che voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio” fischia sempre nelle orecchie. Ma noi abbiamo accettato di resistere alla tentazione - almeno di provarci -perciò…
Lasciando da parte l’abitante cattivone che manda il giovanotto a pascolare i porci, e i servi incaricati di preparare la festa, ci rimangono i due figli.
Il figlio maggiore
No, non ci sentiamo come lui. È troppo antipatico, meschino, calcolatore. Anche se, sotto sotto, quel fratello scapestrato, festeggiato con la nostra parte di eredità non ci piace mica tanto. Se un fatto simile capitasse sul serio nelle nostre famiglie, mi sa proprio che la cosa finirebbe in cagnara e in mano agli avvocati…
No, non ci va di identificarci con questo figlio. Per noi è giusto che Dio sia buono. Certo, se quando andremo di là scoprissimo che tratta allo stesso modo chi, bene o male, a messa ci è andato, le preghiere le ha dette, un po’ di carità l’ha fatta e ha cercato di essere più onesto possibile, e quelli che se ne sono sempre infischiati dei dieci comandamenti e di tutto il resto, soltanto perché all’ultimo momento gli hanno chiesto perdono, allora qualcosa da dire ce l’avremmo. Però noi, per quanto piuttosto scocciati, invece di rimanere fuori della porta, saremmo entrati, almeno per educazione, e avremmo fatto le nostre rimostranze in maniera meno arrogante. Il malcontento ce lo saremmo covato dentro, magari tirandolo fuori al momento opportuno alla prima volta che il fratello scapestrato avrebbe sgarrato di nuovo. Perché una volta passi, ma poi… Del resto, se si continua a fargliele passare tutte lisce, gente così è capace di filarsela un’altra volta appena avrà racimolato un nuovo malloppo da portarsi via.
Quindi, no. Non siamo come lui. Anche perché chi se la sente di dire: “Non ho mai disobbedito a un tuo comando?”. Qualche debolezza più o meno grossa l’abbiamo commessa e anche noi siamo stati perdonati. Perciò…
Il figlio più giovane
No. Non ci va di identificarci nemmeno con lui. Perché, oh, questo le ha fatte proprio grosse. È andato via in malo modo dalla casa del padre, e - come molto caritatevolmente il fratello maggiore ci informa - “ha divorato le tue sostanze con le prostitute”. Noi, niente di ciò. Va bene, qualche fuga, qualche scappatella l’avremo anche fatta, ma sempre roba da poco: debolezze, errori, incoerenze... Per giunta quel rientrare in sé, non per avere riconosciuto il suo errore, ma per i morsi della fame e per il ricordo di come si mangiava bene nella casa del padre, non è opportunistico? E non è un po’ falsa quella tiritera preparata per commuovere il padre?
Con chi possiamo identificarci?
Per noi ci vorrebbe un terzo figlio. Uno che sta un po’ dentro e un po’ fuori; un po’ obbedisce al padre per amore e un po’ per paura; un po’ è riconoscente e un po’ recrimina, un po’ è figlio e un po’ è servo in attesa del capretto. Sì, per noi ci vorrebbe un terzo figlio.
Ma il terzo figlio, quello un po’ dentro e un po’ fuori, non c’è.
Allora? O Gesù non l’ha raccontata giusta, oppure siamo noi a non vedere giusto. Non c’è scampo: siamo noi a non vedere giusto, perché ci vediamo giusti. E giusti non siamo. Nel nostro menù ci sono sicuramente carrube che stiamo scambiando per il pane in abbondanza del Padre. Anche noi, almeno a volte, non abbiamo coltivato sentimenti filiali ma da servi, come l’antipatico: “Ecco, io ti servo da tanti anni…”. Anche noi abbiamo, magari oscuramente, ritenuto che, dopo tanti anni di servizio puntuale, qualche capretto in più rispetto a quelli che se ne sono andati dalla sua casa, o che non ci sono mai entrati, avrebbe potuto concedercelo, quando, invece, pare che a quelli che se ne sono andati le cose vadano meglio di quelli che sono rimasti dentro.
Il terzo figlio non c’è
Dio non ce l’ha. Se non vogliamo essere il figlio antipatico, non ci rimane che quello scapestrato. È con lui che possiamo e dobbiamo identificarci, se rientriamo in noi stessi, per passare da servi a figli, per capire la differenza tra il padre e i padroni.
Allora non ci rimane altro che ascoltare la supplica di Paolo: “Lasciatevi riconciliare con Dio”.
PREGHIAMO
Aiutaci, Signore!
Signore, aiutaci a non sperperare la parte di eredità
che ci hai donato e hai affidato alla nostra libertà:
la vita, le capacità, le qualità, il tempo…,
lontano dalla tua casa, sotto padrone.
Signore, aiutaci a rientrare in noi stessi
quando le nostre illusioni diventano delusioni.
Aiutaci a ricordare che sei sempre pronto
a correrci incontro e ad abbracciarci.
Signore, aiutaci a confidare sempre e comunque
nel tuo abbraccio e nella tua misericordia;
aiutaci, però, a essere sempre capaci
di perdonare e abbracciare i nostri fratelli.