Questa lettera è un’esortazione sapienziale. L’autore, alla luce della fede e della Scrittura, offre consigli concreti perché vi sia coerenza tra il dire e il fare. Uno dei temi fondamentali è il richiamo forte ad ascoltare e praticare la parola di Dio.
Giacomo, l’autore della lettera che porta il suo nome, non corrisponde all’apostolo Giacomo che ha seguito Gesù lungo le strade della Palestina (cfr Mc 1,19; 3,16-18) e neppure a quel Giacomo che è stato responsabile della comunità cristiana di Gerusalemme (cfr At 15,13; Gal 1,19). Nell’antichità l’uso della pseudonimia era normale e non creava problemi.
I destinatari sono definiti “le dodici tribù che sono nella diaspora”. Le dodici tribù indicano i figli d’Israele. Lo stato di diaspora (dispersione) include tutti i credenti in Gesù che vivono tra le nazioni. I cristiani - sia di origine giudaica sia di origine pagana - sono per “statuto religioso” un popolo straniero. Ovunque esso si trovi non ha dimora stabile ma è in cammino verso la patria celeste. Questa definizione corrisponde alla prima lettera di Pietro (cfr 1Pt 1,1) e alla lettera agli Ebrei (cfr Eb 13,14).
La lettera di Giacomo è stata scritta in Palestina. Qui la memoria dell’apostolo Giacomo era molto viva. L’autore conosce bene sia la religione giudaica sia la mentalità ellenistica.
Il contenuto di questo scritto è un’esortazione sapienziale. L’autore, alla luce della fede e della Scrittura, offre consigli concreti perché vi sia coerenza tra il dire e il fare. Uno dei temi fondamentali è il richiamo forte ad ascoltare e praticare la parola di Dio. “La fede senza le opere è morta”, afferma l’autore (Gc 2,20). Proprio quest’affermazione ha fatto ritenere che contraddicesse l’apostolo Paolo, per il quale la fede produce le opere.
La lettera di Giacomo, per questo motivo, è stata definita “lettera di paglia”. Tra Paolo e Giacomo, di fatto, non vi sono contraddizioni dottrinali tali da opporli l’uno all’altro, ma ottiche diverse. Esse non solo non si oppongono, ma si completano. La riflessione di Giacomo si muove sull’orizzonte pratico, quella di Paolo è una riflessione teologica. Giacomo chiarisce che, non basta saper dire in che cosa si crede, bisogna anche agire secondo la fede professata. Colui che non pratica la fede che professa illude se stesso. La fede è verificata dall’amore concreto e operativo verso gli altri (Gc 2,14-25). L’autore, nel dare consigli di vita cristiana, usa frequentemente brani dei libri sapienziali dell’Antico Testamento. Descrive, ad esempio, gli effetti mortali del cattivo uso della lingua citando Prv 15,1-4; Sir 5,11.6,1; 28,13-26 .
Paolo afferma che la salvezza è dono gratuito di Dio e si ottiene per fede. Esclude che sia conquista personale e premio alle buone opere. Anche Paolo, come Giacomo, afferma, però, che la fede, se è tale, si manifesta nel comportamento, che tutti vedono. La fede agisce per mezzo della carità. Loda la fede operosa dei Tessalonicesi e la loro testimonianza (1Ts 1,2 ).
Da sapere che:
- Soltanto questo scritto (1,1) e Atti 15,23 riportano, senza altre aggiunte, il saluto che era in uso nelle lettere ellenistiche del tempo: “chairein” che significa semplicemente: “Ti saluto”. Nelle altre lettere del Nuovo Testamento, in particolare di Paolo e di Pietro, il saluto contiene i termini biblici “grazia e pace”.
- L’incertezza sull’autore di questo scritto e su alcuni aspetti del contenuto ha suscitato problemi circa l’ispirazione del testo. Fu accolto nel canone cattolico verso la fine del IV secolo, cioè in una seconda lista. Fa parte, infatti, dei deuterocanonici del Nuovo Testamento.
- La storia dell’interpretazione di questo scritto insegna che, per capire il contenuto di un libro biblico, è necessario conoscere a chi l’autore si rivolge, che cosa vuole dire in quella situazione, per quali motivi e come lo dice.