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RUBRICA: EFFETTO CINEMA
Schede analitiche di film a cura di Teresa Braccio. Da utilizzare per cineforum e incontri tematici, in ambito educativo, formativo e pastorale.
Paulie - Il Pappagallo che parlava troppo
Titolo originale: Paulie.
Regia: John Roberts.
Soggetto e sceneggiatura: Laurie Craig.
Fotografia: (colore), Tony Pierce-Roberts.
Montaggio: Bruce Cannon.
Musica: John Debney.
Produzione: USA, 1998, Mark Gordon, Gary Levinsohn, Allison Lyon Segan.
Durata: 118’.
Interpreti: Tony Shalhoub (Misha Bilienkov), Hallie Kate Eisenberg (Maria bambina), Gena Rowlands (Ivy), Matt Craven (Benny)

Misha Bilienkov, emigrato negli Stati Uniti dalla Russia, trova lavoro come addetto alle pulizie in un laboratorio di ricerca sul comportamento animale. Qui conosce Paulie, un pappagallo che non si limita a ripetere i suoni del linguaggio umano, ma parla realmente, facendo conversazione con arguzia e ironia.
Paulie racconta a Misha la sua storia avventurosa. Tutto ha inizio quando, poco dopo essere uscito dall’uovo, viene regalato alla piccola Marie, che ha problemi di balbuzie. L’affetto fra i due è grandissimo, ma vengono separati. Deciso a ritrovare la sua Marie, Paulie riceve aiuto dall’anziana Ivy. Diretto verso la California, lavora nello spettacolo musicale di Ignacio e combina loschi affari con Benny, ladruncolo pasticcione. Si mette nei guai e finisce così in laboratorio.
Misha, commosso, è pronto a liberarlo e a partire con lui alla ricerca di Marie.

  • Cosa impara Paulie con Marie? E con Ivy?


  • In che modo Paulie e Misha si aiutano a vicenda?


  • Le parole sono un “pericolo”? Quali rischi ci sono nel “potere della parola”?


  • Come si può usare al meglio il dono di comunicare attraverso le parole?

  • Attraverso le avventure di Paulie, con simpatia e vivacità, il film si sofferma sul valore e i rischi legati al potere della parola. La possibilità di comunicare attraverso le parole è un grande dono: permette di esprimere la propria interiorità, i pensieri, i sentimenti. Di entrare in dialogo con un’altra persona. D’altra parte le parole sono pericolose, possono creare malintesi o suscitare ambiguità. Paulie e Misha, lungo il film, esaminano la questione dai diversi punti di vista mentre confrontano le loro esperienze.
    Il simpatico pappagallo ha il dono straordinario di poter parlare come gli esseri umani, ma è spaventato dalle conseguenze che il saper parlare ha prodotto: “A parlare ci si mette in un sacco di guai!”. Dal canto suo, Misha sa gustare la ricchezza delle parole, ma vive un profondo disagio perché non riesce ad esprimersi nella lingua del paese che lo ospita: “Io mi sento molto solo… In Russia ero professore di letteratura, in America pulisco cacca di uccelli. Mi mancano le parole… mi manca la mia lingua… Vorrei tanto poter parlare con qualcuno!”
    Usiamo l’espressione “potere della parola”, ma cosa possono fare le parole?
    Paulie sperimenta per la prima volta questo “potere” durante una lite dei genitori di Marie. I due discutono animatamente, con amarezza, ma si interrompono di colpo quando, dopo tanti sforzi, Marie pronuncia correttamente una parola. Riflette Paulie entusiasta: “Era bastata una parola per farli smettere: ne volevo imparare tante!”. Ed infatti impara, riuscendo ben presto a chiacchierare amabilmente con Marie. Ecco il secondo “potere”: comunicare, entrare in relazione profonda. Marie, che abitualmente fatica moltissimo a pronunciare correttamente le frasi, quando è con Paulie è a suo agio e parla in maniera più sciolta. Cantano insieme, si confidano i loro sogni, la bambina inventa magiche storie in cui lei e il suo amico pennuto sono i protagonisti.
    Il padre di Marie ha delle prevenzioni verso il pappagallino e quando la piccola rischia di cadere dalla finestra per insegnare a Paulie a volare, l’occasione è propizia per disfarsene.
    Paulie finisce così nel negozio di un rigattiere e ascoltando le conversazioni e i programmi radiofonici, impara un ampio vocabolario di insulti e sgarberie. I suoi modi bruschi attirano l’anziana e solitaria Ivy, che lo acquista e lo porta con sé ben decisa a rieducarlo. Ivy gli insegna il buon uso che si può fare delle parole: la gentilezza, la delicatezza, la poesia. La possibilità di osare sogni grandi grazie alla riflessione offerta dalle parole: durante un viaggio con la roulotte, spazientito Paulie chiede: “Insomma, quando arriveremo?”. Con pazienza Ivy replica: “Forse questa è una domanda sbagliata. Sarebbe meglio chiederci: cosa incontreremo lungo il cammino?”.
    La donna dipinge con abilità, ma quando perde progressivamente la vista a causa di una malattia, sono le parole di Paulie a disegnare per lei i colori del tramonto, i particolari di un panorama, il cammino da percorrere.
    Quando Ivy muore e il pappagallino si ritrova da solo, decide di spiccare il volo e andare a cercare Marie fino in California. Strada facendo scopre altre possibilità che le parole dischiudono. Con Ignacio, scopre alcuni aspetti “artistici”: il canto e la comicità, che reggono lo spettacolo allestito insieme ad altri pappagalli (che non parlano, ma sono ammaestrati a danzare all’unisono). Paulie cerca di esprimere i suoi sentimenti ad una graziosa pappagallina, ma questa non sa parlare e la conversazione languisce presto.
    Benny, ladruncolo scalcagnato, sempre angariato da una fidanzata piuttosto egoista e avara, pensa bene di impossessarsi di Paulie e servirsene per i suoi furti. Si può fare un uso pessimo delle proprie abilità, come il pappagallo scopre ben presto: leggere e parlare, può servire per ingannare, imbrogliare e rubare. Così, “arrestato” dopo un tentativo di furto in un appartamento, Paulie è affidato al laboratorio di ricerca per essere esaminato: le sue doti sono senza dubbio straordinarie. Ma il dottor Reingold non è davvero interessato al pappagallino e alla sua storia, alla sua ricerca disperata di Marie: sta pensando alla carriera e alla fama che può derivare da quell’incontro fortunato. Paulie, offeso, si rifiuta allora di parlare, si chiude in un mutismo amaro e rabbioso e viene messo da parte, in uno scantinato. Là dove lo trova Misha.
    Quest’ultimo, ha vissuto un percorso inverso rispetto a Paulie. Il giovane ha sempre avuto paura di esprimere se stesso attraverso le parole, di lasciar trapelare i suoi sentimenti. Agendo in questo modo ha perso la donna che amava. Ogni volta che l’ha incontrata si è sentito incapace di dire anche solo una parola e lei ha preferito un altro giovane, spiegando: “Mi sei sempre piaciuto tu di più, ma ho sempre avuto paura dei tuoi silenzi”.
    Per questo è convinto che è molto importante parlare e saperlo fare con le parole giuste. Quando Paulie insiste: “Te l’ho detto: parlare crea un sacco di problemi!” Misha ribadisce: “No, non è così! È come si dicono le cose!”.
    Il punto del problema è proprio qui: saper trovare un equilibrio comunicativo, che non nega le parole, non le cancella, non le rifiuta, ma se ne serve con sensibilità e delicatezza.
    Mai come un arma per ferire, per asservire l’altro, per fare del male, ma come un’occasione di crescita, di dialogo, di scambio profondo.
    Tacere per paura, per timidezza, per insicurezza, rischia di chiudere le porte all’altro, all’incontro vero. Quando si instaura una profonda corrente comunicativa, allora le parole possono fare un passo indietro, perché i silenzi diventano eloquenti, perché sostenuti da quanto già condiviso

    D. De Simeis

    Maggio 2012
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