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RUBRICA: EFFETTO CINEMA
Schede analitiche di film a cura di Teresa Braccio. Da utilizzare per cineforum e incontri tematici, in ambito educativo, formativo e pastorale.
       
Il miracolo della 34a strada
Titolo originale: Miracle on 34th street
Regia: Les Mayfield.
Soggetto: dal film del 1947 di George Seaton.
Sceneggiatura: Valentine Davies.
Fotografia: (colore) Julio Macat.
Montaggio: Raja Gosnell.
Musica: Bruce Broughton.
Produzione: USA, 1995, John Hughes.
Durata: 109’.
Interpreti: sir Richard Attenborough (Kriss Kringle), Elizabeth Perkins (Dorey Walker), Mara Wilson (Susan), Dylan McDermott (Brian Bedford).
New York, è il giorno del Ringraziamento. Kriss Kringle, un vecchietto dall’aspetto simpatico, viene assunto dai Grandi Magazzini Cole sulla 34a strada, per impersonare Babbo Natale. Kriss ci sa fare con i bambini, racconta storie fantastiche su giocattoli e folletti, parla innumerevoli lingue, conosce il linguaggio gestuale dei sordomuti e involontariamente, suggerisce anche lo spunto per una efficace campagna pubblicitaria. C’è solo un dettaglio: Kriss è anche convinto di essere davvero Babbo Natale.
Dorey Walker, suo datore di lavoro, è invece profondamente scettica e ci tiene che sua figlia Susan, di cinque anni, non coltivi alcuna poetica illusione.
Con l’aiuto di Brian, innamorato di Dorey, Kriss Kringle vuol far cambiare idea a madre e figlia. Ci riuscirà?
  • Che cosa significa credere? Cullare illusioni? Fidarsi di qualcuno?


  • Quale posizione condividi: quella di Dorey? Quella di Brian?


  • Quale percorso di crescita vive Susan nel suo rapporto con Kriss?

  • Il film è di ambientazione natalizia, ma il Natale non ha qui alcuna componente religiosa: è quasi un pretesto di contorno. Eppure, sotto la bella favola a lieto fine, si può riconoscere una parabola moderna. C’è, infatti, una parola che ritorna insistente: credere.
    Nei dialoghi, nelle situazioni, e poi addirittura scritta sui muri, “gridata” dai display luminosi, dai cartelli alle finestre, dalle spille colorate... Tutta la vicenda ruota intorno a questo problema: credere o non credere?
    Kriss e Brian sono decisamente per il sì: credere in qualcosa dà gusto alla vita, “se lei non è capace di credere, non può accettare niente per fede, e allora è condannata ad una vita dominata dal dubbio”.
    Brian, per tutta la narrazione, rappresenta la fede. È lui che, prima della cena il giorno del Ringraziamento, domanda stupito: “Non dite la preghiera in questa casa?”. Ed è ancora lui che, dopo aver accompagnato Susan ai grandi magazzini con grande disappunto di Dorey, sussurra a Kriss con aria complice: “Donne di poca fede!”.
    Dorey si rifiuta di credere, in qualsiasi cosa o persona: credere è roba da bambini, “quando tutte le cose nelle quali avevo sempre creduto si sono rivelate illusorie ho sofferto immensamente... arrivati a questo punto, l’unica cosa importante è evitare altre delusioni”. La piccola Susan è perplessa: “E se ti sbagliassi?... Perché io non posso crederci?”.
    Ma cosa significa credere? Il regista lo racconta attraverso alcune sequenze significative.
    Credere vuol dire fidarsi. Fidarsi della gente, fidarsi della vita, fidarsi di qualcosa o qualcuno che supera la nostra comprensione. Brian dice di amarla, Dorey non sa se può fidarsi, ha paura di farlo. Kriss sostiene di essere Babbo Natale e Susan è attratta dal mondo di poesia che le si dischiude davanti, ma... fidarsi?
    Credere significa stupirsi. Conservare la capacità della meraviglia e della gioia delle piccole cose. In questo senso è proprio “da bambini”! Susan, all’inizio del film, guarda la sfilata senza stupore, da adulta: consapevole dei costi che comporta e dei problemi organizzativi. Resta sconcertata quando Babbo Natale passando sotto la sua finestra le manda un bacio. Alla fine del film, Susan è capace di lasciarsi incantare semplicemente da un raggio di sole che si riverbera dall’anello della madre. Ha ritrovato la capacità di stupirsi.
    Credere vuol dire rischiare. Rischiare di essere presi per matti, come accade a Kriss. Rischiare di essere respinti, come capita a Brian. Rischiare di lanciarsi in una speranza, come fa Susan la notte di Natale.
    Credere comporta testimonianza. Alla città di New York viene fatta una domanda che obbliga a prendere posizione. E la gente lo fa in modo manifesto, caloroso, colorato. I due agenti di Lamberg invece, si comportano da vigliacchi: portano la spilla all’interno del cappotto, per paura di contrariare il principale.
    Credere chiede responsabilità. Il signor Kringle s’infuria con l’attore ubriaco perché è consapevole che in quel ruolo si diventa dei simboli e bisogna comportarsi in modo coerente. I bambini vanno rispettati, nella loro infanzia e nei loro sogni. Inoltre, Kriss è disposto ad andare in carcere pur di non disonorare il nome di Babbo Natale.
    Credere può significare cambiare le regole. Ad esempio, quelle del mercato impongono la concorrenza spietata, ma Kriss le capovolge: “Non importa chi vende i giocattoli, ciò che conta è che i ragazzi siano felici”. E anche se di solito le leggi sono molto razionali, il giudice è ben contento di dichiarare l’autenticità di Babbo Natale nella persona di Kriss Kringle.
    Allora, che vuol dire credere? Non è una questione di formule, ma una questione di amore. Se credere vuol dire consegnarsi a qualcuno di cui ci si fida, questa consegna può avvenire solo nell’amore. La scettica Dorey si mobilita quando Kriss viene arrestato, perché gli vuole bene. Chiedendo l’intervento di Brian per la difesa, afferma che non lo sta chiamando a nome dell’azienda, ma per “qualcuno che amiamo”. E lo stesso Kriss è disposto a rinunciare alla sua libertà solo perché non vuole deludere i bambini, che ama immensamente.
    Credere non vuol dire aderire a un dogma, affermare una verità, professare una formula: è amare Colui in cui si crede e lasciare che questo amore permei tutta l’esistenza, cambiando la nostra vita.

    D. De Simeis

    Febbraio 2012
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