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RUBRICA: EFFETTO CINEMA
Schede analitiche di film a cura di Teresa Braccio. Da utilizzare per cineforum e incontri tematici, in ambito educativo, formativo e pastorale.
Mare dentro
Titolo originale: Mare dentro.
Regia: Alejandro Amenabar.
Soggetto e Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil.
Fotografia: (a colori) Javier Aguirresarobe.
Montaggio: Ivan Aledo, Alejandro Amenabar.
Musiche: Alejandro Amenabar.
Produzione: Spagna, 2004. Fernando Bovaira, Alejandro Amenabar.
Durata: 125'.
Genere: drammatico.
Interpreti: Javier Bardem (Ramon Sampedro), Belén Rueda (Julia), Lola Duenas (Rosa), Mabel Rivera (Manuela), Tamar Novas (Javi), Clara Segura (Gené).
Destinatari: Giovani/Adulti.
Valutazione del Centro Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana: discutibile/problematico/dibattiti

Il film
Ramòn Sampedro da 28 anni è immobilizzato a letto. A causa di un tuffo compiuto a 25 anni in modo distratto si è spezzato l’osso del collo ed è completamente inerte dalla testa in giù.
Vive in un paesino della Galizia, nel Nord della Spagna, accudito amorevolmente dalla famiglia del burbero fratello maggiore. La cognata, Manuela, si prende cura di lui con tenerezza, quasi fosse un figlio. Il nipote, Javi e l’anziano padre s’industriano a realizzare piccoli strumenti meccanici per rendere più facile la sua vita immobile.
Amici e amiche, fra cui spiccano l’energica Genè e l’insicura Rosa, non fanno mai mancare la loro presenza.
Ma Ramòn vuole morire. Chiede perciò al tribunale di accordargli l’eutanasia, poiché considera la sua condizione indegna della vita. Per ottenere il suicidio assistito domanda a Julia, affascinante avvocato affetta da una malattia degenerativa, di patrocinare la sua causa. Il tribunale respinge l’istanza e Ramòn mette a punto un piano per potersi suicidare senza che alcuno degli amici coinvolti venga incriminato della sua morte.

Per riflettere dopo aver visto il film
  • Perché Ramòn Sampedro vuole morire?

  • Ramòn afferma: “Ritengo che vivere sia un diritto non un obbligo”. Tu cosa ne pensi?

  • Secondo te c’è differenza tra l’eutanasia e il suicidio assistito?

  • La scelta di Rosa è presentata dal film come un autentico gesto d’amore: sei d’accordo?


  • Una possibile lettura
    Non è un film facile Mare dentro, perché tocca interrogativi seri e a volte laceranti. Perché affronta domande esistenziali che non possono lasciare indifferenti. Pur dando appoggio, evidentemente, alla posizione di Ramòn Sampedro che desidera morire, il film di Alejandro Amenabar non ha la pretesa di dire una parola risolutiva: rende piuttosto una testimonianza, dando posto anche a voci differenti, a posizioni altre rispetto a quella del protagonista.
    Ramòn Sampedro vuole morire. Lo desidera con tutte le sue forze, corteggia la morte con desiderio rifiutandosi di fare posto all’amore che pure gli viene offerto in molti modi, per restare fedele all’unica Signora che si è scelto. Non è una persona arida, chiusa: ha imparato a mascherare con una sorta di mesta allegria la solitudine e il dolore che ha dentro. Ha girato il mondo, ha visto luoghi lontani e incontrato genti diverse. Ha il dono di sapersi esprimere con intensità poetica, ama la musica classica e il mare. E vuole morire. Quest’idea fissa e costante lo ha accompagnato da quando si è risvegliato per la prima volta immobile nel letto.
    Vorrebbe suicidarsi, ma non è in grado di compiere alcun gesto da solo. Pertanto si rivolge alla DMD, un’organizzazione che rivendica il diritto ad una morte dignitosa, perché gli procurino assistenza legale per ottenere l’eutanasia.
    Alla domanda di Julia: “Perché morire?” risponde lucidamente: “Perché la vita per me in questo stato… la vita così non è vita […] Io credo che altri tetraplegici possano sentirsi offesi quando dico che la vita così non è vita, ma in realtà io non giudico nessuno”. Rovesciando le posizioni, afferma con amara ironia: “Chi sono io per giudicare che vuole vivere? Per questo chiedo che non giudichino né me né la persona che mi aiuterà a morire”.
    Molte persone si affacciano alla camera dove Sampedro trascorre le sue giornate, soprattutto molte donne, al punto che, scherzando, con una punta di sorridente gelosia, Manuela, la cognata, commenta: “Non passa ora senza che una donna venga a cercarti! Neanche dovessi farti un harem!”
    Manuela ha una cura materna nei confronti del cognato: ha i gesti di tenerezza e di premura di una madre verso il suo bambino. Non vorrebbe la morte di Ramòn, ma non vi si oppone. Ha trascorso 29 anni a soddisfare ogni piccola necessità di quell’uomo immobile e non riesce a contrastare il desiderio di farla finita, pur non assecondandolo né collaborando direttamente.
    Julia, l’avvocato che spinge Sampedro a far pubblicare le sue poesie, è affetta a sua volta da una malattia degenerativa che la priva gradatamente di ogni facoltà: incarna la figura della donna-amante, colei che accende i sogni e la passione di Ramòn, che sogna insieme a lui, che progetta il loro suicidio in comune. Ma di fronte all’ultimo passo, Julia si tira indietro: pur assistendo al progressivo disfacimento del proprio corpo, sceglie comunque di continuare a vivere.
    Genè è l’amica per eccellenza: con Sampedro si sono conosciuti attraverso l’Associazione per il Diritto a Morire con Dignità, che agisce sul fronte dell’eutanasia e del suicidio assistito, ma offre anche un servizio di assistenza medica e psicologica domiciliare ai malati terminali, sostenendo tutti i trattamenti palliativi che possono recare sollievo quando ormai è spenta ogni possibilità di guarigione. Di Genè colpisce l’apparente contraddizione: mentre aiuta Ramòn a trovare il sostegno legale per ottenere il diritto a morire, mentre si rende disponibile ad assistere l’amico anche nell’ultimo passo, è una persona innamorata della vita, sprizzante entusiasmo ed energia. Non a caso Amenabar sceglie di raccontare la gravidanza di Genè in parallelo alle decisioni estreme di Sampedro. Il nipote, Javi, sembra non riuscire a cogliere il dramma che si consuma nella sua casa. È abituato a vedere lo zio Ramòn da sempre immobile nel letto e con lui si rapporta senza filtri, senza alcun imbarazzo. Lo aiuta, lo assiste, ma anche ci litiga, si arrabbia. Solo quando il furgoncino porta via lo zio per sempre, Javi capisce l’affetto paterno che Ramòn ha sempre avuto per lui, comprende il vuoto cui sta per andare incontro.
    Due persone soltanto, all’interno della cerchia degli intimi di Sampedro, si oppongono categoricamente alla sua scelta di morte: il vecchio padre e il fratello maggiore. L’anziano genitore commenta con una tristezza immensa: “C’è una cosa sola peggiore della morte di un figlio: che voglia morire!”
    E il fratello, che per assistere Ramòn ha cambiato radicalmente la sua vita e gli ha dedicato ogni singolo giorno, si ribella intimamente alla prospettiva di una morte voluta, cercata, attuata con precisione. Con foga, con rabbia, ripete al figlio: “La morte è una cosa molto seria!”
    Particolare è il cambiamento di Rosa, donna troppo sola e affamata d’amore: si avvicina a Ramòn desiderosa di contagiarlo con la voglia di vivere e resta affascinata dalla dolcezza e dalla forza magnetica di quest’uomo immobile, ma volitivo. Rispetto alle tante esperienze infelici da lei avute con gli uomini fino a quel momento, Ramòn è completamente diverso: sensibile, capace di pazienza e di ascolto. Rosa se ne innamora e lo contende alle cure di Manuela, sentendosi gelosa dell’intesa crescente con Julia. In nome di questo amore, Rosa decide di aiutare Ramòn nel suo progetto: sarà lei a stargli accanto nelle ultime ore e a posare il bicchiere con il veleno vicino al guanciale di Sampedro. È davvero un gesto d’amore quello che pone fine ai giorni sofferti di una persona? Sono libere da ogni responsabilità le tante mani di amici che, un gesto per volta, hanno reso possibile il suicidio di Ramòn?
    Marc, il giovane legale che prende il posto di Julia quando questa è bloccata dalla malattia, porta avanti la difesa seguendo tre punti costanti: in primo luogo, il concetto che la vita di un individuo è sua proprietà privata e che quindi, lo Stato che sancisce il diritto alla proprietà privata non può interferire nella decisione di togliersi la vita. In secondo luogo, l’affermazione che uno stato laico non può accettare la visione etica che proviene da convinzioni religiose, presentate alla stregua di superstizioni. Infine, Marc ricorda alla corte che, come non viene perseguito penalmente chi ha tentato il suicidio, così non vanno perseguiti neppure quanti collaborano perché una persona possa liberamente togliersi la vita.
    Ciascuno di questi pronunciamenti meriterebbe un dibattito, ma forse più urgente è prendere in considerazione la frase con cui Ramòn si congeda dalla vita, di fronte all’obiettivo di una telecamera: “Ritengo che vivere sia un diritto, non un obbligo”.
    Il film sposa questa affermazione e ne fa quasi uno slogan con cui concludere il discorso. Eppure la vita può anche essere riconosciuta non come un diritto, ma come un dono! Nessuno può pretendere di darsi la vita.
    Nell’ottica del diritto si può parlare di proprietà privata da garantire, ma se si considera la vita come dono allora la prospettiva cambia. Se è un dono, da custodire perché prezioso, non si ha il diritto di distruggerla. In nessun caso. Si parla molto del morire, nel film, ma la dimensione trascendente non sembra esistere. Quando Rosa chiede a Sampedro se crede in una vita dopo la morte, l’uomo afferma di essere convinto che dopo la morte ci sia solo il nulla. Anche il gesuita che va a trovare Ramòn non parla di Dio. Nomina la Chiesa, la Vita, l’Etica, la Speranza… ma non Dio.
    È interessante anche la scelta di Amenabar di scegliere come interlocutore, che difende le ragioni della vita, un sacerdote che si trova nella medesima situazione di Ramòn: immobilizzato su una carrozzella, che può azionare solo con la bocca. L’unica cattedra da cui può risultare credibile un invito alla vita e alla speranza è proprio quella della comune sofferenza, di chi vive la stessa realtà del protagonista.
    Può urtare l’affermazione categorica del religioso riguardo al motivo che spinge Sampedro a voler morire: l’essere, o il sentirsi, poco amato. È senza dubbio eccessiva sicumera da parte del sacerdote analizzare da lontano la vita di un altro uomo sofferente. Ma è anche evidente che Ramòn, pur essendo circondato da persone che gli vogliono bene e che hanno cura di lui, non sa abbandonarsi all’amore.
    A tratti appare davvero come un’ossessione quella di Ramòn per la morte: ne ha fatto per anni la sua unica ragione d’esistere e quasi rifiuta ogni possibile “compromesso” con la vita. Si guarda con rispetto la sofferenza e la scelta di quest’uomo, ma permangono domande che non vanno eluse: davvero l’unica scelta di dignità era quella di morire? Perché rifiutare ogni affetto, ogni amore, ogni consolazione che comunque erano presenti in una vita sofferta, ma viva? Per uno che non crede in niente, che non aspetta niente dopo la morte, davvero il nulla è preferibile alla vita?

    D. De Simeis

    Maggio 2012
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