Titolo originale: A man without a face. Regia: Mel Gibson.
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Isabelle Holland.
Sceneggiatura: Malcom MacRury.
Fotografia: (colore) Donald M. McAlpine.
Montaggio: Anthony Gibbs.
Musica: James Horner.
Produzione: Australia, 1993, Donald Ginsberg, Bob Schulz.
Durata: 156’.
Interpreti: Mel Gibson (Justin McLeod), Nick Stahl (Chuck Norstadt).
Estate 1968. Chuck Norstadt, 14 anni, è stato bocciato agli esami di ammissione all’accademia aeronautica. Volare è il suo sogno. E andare via dalla sua famiglia scombinata: sua madre si è sposata quattro volte ed ha avuto Gloria dal primo marito, Chuck dal secondo e Meg dal terzo. Non c’è armonia in casa, in particolare è forte l’astio tra Gloria e il fratello. Il padre di Chuck è morto quando lui era molto piccolo e i suoi ricordi sono vaghi. Ogni tanto capita che il ragazzo rimanga imbambolato a fissare il vuoto, completamente assente. La famiglia Norstadt ha appena raggiunto Cranesport per le vacanze e Chuck intende studiare durante l’estate per ritentare l’esame di ammissione in autunno. Ma da solo sa che non può farcela.
A Cranesport, vive un uomo misterioso, Justin McLeod: metà del suo volto è orribilmente deturpato da ustioni. McLeod se ne sta solitario ed isolato, con il suo cane e il suo cavallo. In paese è spesso al centro dei pettegolezzi locali, ma nessuno conosce davvero la sua storia. Quasi per caso, Chuck incontra per due volte McLeod e scopre che in passato questi è stato un insegnante. Il ragazzo lo prega allora di dargli ripetizioni. Dopo un iniziale rifiuto, l’uomo accetta e mette in atto una didattica particolare, che obbliga Chuck non solo a imparare, ma a crescere.
In che modo McLeod si dimostra un vero maestro nei riguardi di Chuck?Che cosa McLeod impara da Chuck?Guardando alla tua esperienza, quali persone senti di poter considerare maestri di vita? Perché? Justin McLeod è un maestro. Non si tratta di una professione, ma di un modo di essere. Non dipende da quello che insegna, ma da come si pone nei confronti di Chuck.
Sa mescolare con equilibrio la severità esigente, che sprona il ragazzo a dare il meglio di sé, con il rispetto e la stima, che gli fanno percepire che non è un fallito, un ritardato, ma una persona capace e valida.
McLeod non sottopone Chuck a test e interrogatori, ma lo ascolta con attenzione e dialoga con lui in profondità. Ciascuno consegna all’altro un frammento doloroso del proprio passato: l’incidente d’auto dell’uno e la verità sul padre, l’altro.
McLeod invita il suo alunno a diventare responsabile: -
Inizia ad assumerti la responsabilità di quello che vuoi! – gli dice, ordinandogli di informare la madre delle lezioni private. Al tempo stesso gli regala la sua fiducia perché non verifica se il ragazzo lo ha fatto veramente. Questa, per McLeod è una regola fondamentale:
“Non si può insegnare senza concedere la propria fiducia”.Si mette sulla lunghezza d’onda dei gusti di Chuck e, poiché desidera diventare pilota, gli propone una poesia che parla del volo. Non solo: da vero maestro lo fa
volare.Letteralmente, perché affitta un idrovolante e il ragazzo può pilotarlo con un istruttore, quasi toccando con mano i suoi sogni. Ma il volo è anche metafora di quello che sta avvenendo tra loro: l’adolescente timido, solitario, insicuro, sta spiccando il volo, percependo che è importante, che vale, ha intelligenza e risorse.
Quando è in gioco il bene di Chuck, il suo maestro è capace di tirarsi indietro, di rimanere nell’ombra e in silenzio, perché l’altro possa camminare sereno. Non lo fa sentire abbandonato anzi, ancora una volta gli dona fiducia, affermando che il loro rapporto non è stato a senso unico, perché anche l’insegnante ha imparato qualcosa dall’allievo. Nella lettera lasciata per Norstadt nella casa ormai abbandonata, scrive infatti:
“Tu conosci la verità ed io ora so che si può crescere sopportandone il peso, anche se è triste. Me lo hai insegnato tu”.Non impone a Chuck un lavaggio del cervello per farlo diventare immagine speculare di sé. Piuttosto lo incita a pensare con la sua testa, ad avere convinzioni personali radicate, a prendere posizione anche contro l’opinione comune. Le domande non vanno evitate e compito del maestro non è dare tutte le risposte, incoraggiare l’allievo a confrontarsi con gli interrogativi che la vota propone, per trovare in se stesso la risposta.
McLeod corrisponde al ritratto di “maestro” tracciato da don Lorenzo Milani: “Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa di suo e così l’umanità va avanti. Il maestro deve essere, per quanto può, profeta: scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”.
D. De Simeis