Regia: Nanni Moretti.
Soggetto: Nanni Moretti.
Sceneggiatura: Linda Ferri, Nanni Moretti, Heidrun Schleef.
Fotografia: (colore) Giuseppe Lanci.
Montaggio: Esmeralda Calabria.
Musiche: Nicola Piovani.
Produzione: Italia, 2001, Angelo Barbagallo e Nanni Moretti, Sacher Film.
Durata: 90'.
Interpreti: Nanni Moretti (Giovanni), Laura Morante (Paola), Jasmine Trinca (Irene), Giuseppe Sanfelice (Andrea).
Premi: Tre David di Donatello 2001: per il miglior film, miglior attrice protagonista (Laura Morante) e per le musiche. Palma d'oro a Cannes 2001 per il miglior film.
Il film
Ad Ancona, Giovanni, psicanalista, e Paola, editrice di cataloghi d'arte, formano una coppia serena, tranquilla, in armonia con i due figli adolescenti, Andrea e Irene. Una vita domestica senza scosse, con il gusto di stare insieme, cantare andando in macchina, fare sport.
Una domenica come tante, mentre Giovanni si è recato da un paziente disperato, Andrea muore durante un'immersione a causa di un'embolia. I rapporti di tutta la famiglia diventano come raggelati, il dolore è straziante e sembra inesorabilmente distruggere ogni traccia di felicità: per Giovanni è impossibile continuare la sua attività di terapeuta, Paola non conosce che lacrime e Irene sfoga la sua impotenza nell'aggressività.
Inaspettata giunge una lettera da Arianna, una ragazza conosciuta da Andrea al campeggio di Andrea.
Per riflettere dopo aver visto il film
Come sono i rapporti fra i protagonisti, durante la prima parte del film? La morte, in che modo li cambia?
Com'è descritta la morte da Moretti? In maniera spettacolare, violenta, sobria?
Quali spiragli di speranza sembrano schiudersi alla fine del film?
Una possibile lettura
Siamo abituati a vedere la morte al cinema, ma il taglio scelto da Nanni Moretti è particolare: nessuna spettacolarità, nessun indugiare sulla tragedia di Andrea, nessun elemento plateale. Proprio questa scelta di sobrietà diventa ancora più straziante. Perché rimanda all'esperienza più quotidiana del dolore. Normalmente non c'è tempo per gli addii, per le ultime parole solenni e memorabili.
La morte arriva e separa, lacera, lascia attoniti e sconvolti.
Moretti non ci racconta la morte dal punto di vista di Andrea, ma da quello della sua famiglia, dei suoi amici, di quelli che gli vogliono bene e che
restano. Perché il dolore è sempre di chi resta e sperimenta l'assenza della persona amata. I dettagli di questa sofferenza senza misura, Moretti li disegna con pudore, ma anche con precisa aderenza alla realtà. L'incontrarsi degli sguardi fra Giovanni e Irene mentre lei sta giocando, spegne il sorriso sul volto della ragazza. L'abbraccio che stringe Paola, Giovanni e Irene, come naufraghi superstiti. L'ondata di dolore che sommerge Paola quando dal sacchetto gli amici sollevano i jeans di Andrea, che hanno portato per comporlo nella bara.
L'addetto delle pompe funebri chiede la data di nascita di Andrea e Giovanni la scandisce lentamente, quasi incredulo che l'arco della vita di suo figlio sia stato tanto breve.
Mentre sono in ospedale Giovanni vorrebbe telefonare ad alcuni parenti e amici per informarli dell'accaduto. Gli risponde una segreteria telefonica e lui non trova le parole per lasciare un messaggio: come potrebbe?
C'è un dettaglio sonoro che rimane nella memoria dello spettatore: il suono della fiamma ossidrica mentre la barra di piombo sigilla il coperchio e poi il trapano che chiude le viti della bara. Sono terribilmente autentici, veri, comuni all'esperienza di chiunque abbia un lutto. Toglie ogni epica alla morte, per lasciare solo il dolore. Paola lo esprime con il suo grido soffocato, da animale ferito. Giovanni sceglie di stordirsi in un luna park, di ferirsi con la musica assordante, di star male fisicamente vivendo le giostre come un supplizio, per far tacere almeno un poco la sofferenza che ha dentro. Vorrebbe riavvolgere il tempo come fa con il cd che rimanda ossessivamente indietro. Cerca informazioni riguardo all'attrezzatura di Andrea, sperando di trovare un "colpevole" fosse pure un manometro difettoso.
Irene esprime il suo disagio cercando di costruire una parvenza di vita "normale" con i suoi genitori, salvo esplodere poi sul campo da gioco, con reazioni eccessivamente violente.
La morte di Andrea sembra far morire anche le relazioni familiari, il rapporto fra Paola e Giovanni, il loro impegno professionale. Paola rimanda il più possibile il momento di ritornare in ufficio, mentre Giovanni, dopo alcuni tentativi, sceglie di non esercitare più come psicanalista, perché "Non ne sono più in grado" comunica mestamente ad una paziente.
Questa famiglia non vive una dimensione religiosa: non ci sono funerali per Andrea e i genitori accettano la Messa preparata dagli amici, solo per compiacere Irene, che sente questa celebrazione come la cosa "meno triste" per ricordare il fratello. Le parole del sacerdote, però, non sono di alcuna consolazione, ma anzi sembrano esasperare Giovanni.
Le parole della fede possono risultare spesso troppo difficili da accettare anche da chi normalmente si professa credente. Nel momento del confronto con la morte, con la disperata impotenza di fronte ad essa, ciascuno ha diritto a permettere a se stesso di soffrire, di piangere, gridare e persino lottare con Dio. La certezza della resurrezione non cancella le lacrime. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro eppure stava per resuscitarlo. Credere nella resurrezione non impone lo stoico superamento di se stessi e del proprio dolore, invita piuttosto ad andare oltre alla sofferenza, per permettersi non solo di star male, ma anche di guarire. Di lasciare aperto la strada alla speranza, nella convinzione che la morte non è la fine di tutto, ma solo una tappa dell'esperienza umana.
Moretti non parla di resurrezione nel film, ma la conclusione è proprio nella linea della speranza. Offerta dalla presenza di Arianna e del suo giovane compagno di viaggio: la vita, la voglia di vita, che i due portano con sé sembra contagiare anche la famiglia di Andrea. Nel viaggio verso il confine tra Italia e Francia, Paola e Giovanni riscoprono l'antica complicità, sanno di nuovo sorridersi:
"Non t'addormentare pure tu. Teniamoci svegli." scherza Giovanni. Al di là della necessità di restare sveglio per guidare, l'invito rivolto alla moglie può essere letto anche come la scelta di attraversare insieme le tenebre del loro dolore, per giungere a toccare l'alba, un nuovo giorno profumato di speranza. Ed infatti il mattino seguente sono disposti a sciogliersi in una risata liberatoria, salutando Arianna e Stefano che partono oltre il confine.
D. De Simeis