Titolo originale:Kolya. Regia: Jan Sverak.
Soggetto: P. Taussig.
Sceneggiatura: Z. Sverak.
Fotografia: (colore) V. Smutny.
Montaggio: Alois Fisarek.
Musica: Ondrej Soukup.
Produzione: Cecoslovacchia, 1996, E. Abram, J. Sverak.
Durata: 105’.
Interpreti: Zdenek Sverak (Frantisek Louka), Andrej Chalimon (Kolya), Libuse Safrankova (Klara).
Premi: Oscar 1996 miglior film straniero.
Praga, 1988. Frantisek Louka, violoncellista di talento, espulso dalla Filarmonica Ceca per motivi politici, si guadagna da vivere suonando ai funerali e lucidando tombe. Donnaiolo, sempre a corto di soldi, per denaro accetta di sposare una giovane russa, madre di un bambino di cinque anni, che desidera la cittadinanza ceca. La giovane, legata ad un uomo della Germania Ovest, emigra clandestinamente, lasciando il piccolo Kolya a Praga. La nonna che doveva occuparsene, muore e Louka è costretto a prendere in casa il bambino. Kolya parla solo russo, Louka solo il ceco. Il neopadre, suo malgrado, è costretto a cambiare stile di vita.
Che cosa vuol dire essere padre, nell’esperienza di Louka?Ed essere figlio secondo l’esperienza di Kolya?La loro vicenda può essere metafora dello sviluppo del rapporto di paternità e figliolanza: sei d’accordo? Perché ?Louka e Kolya si ritrovano padre e figlio per forza. Kolya non ha intenzione di dare fiducia a quello sconosciuto e Louka è insofferente nei confronti dei ritmi e delle necessità del piccolo.
Pure, alla fine, Kolya ha imparato a dire papà e Louka potrà essere padre del figlio che Klara porta in grembo proprio perché ha scoperto la paternità.
Non sappiamo se Kolya ha conosciuto un padre, prima di Louka. Quando i due s’incontrano, nella vita del musicista di mezza età non c’è quasi posto per gli affetti. Come candidamente constata la figlia del becchino:
“Ce l’hai un animale in casa?... Allora hai un bambino?... E allora che cos’hai?”.Quello che conta per lui è stare bene, avere una macchina e farla finita con i problemi economici: infatti è solo per soldi che accetta il matrimonio di convenienza.
Eppure, quando Nadienska torna a riprendere suo figlio, Louka rifiuta i molti soldi che lei gli offre: ci sono cose che non hanno prezzo, e l’amore non si paga. Mai.
Seguendo il filo del racconto possiamo provare a scoprire insieme ai due protagonisti, cosa significa essere padre e cosa essere figlio.
Il primo gesto di premura di Louka verso Kolya, è avvicinargli la sedia alla finestra perché possa guardare fuori. Il primo gesto di fiducia del bambino è giocherellare con l’orecchio di Louka, mentre questi gli infila le pantofole. Ma i loro rapporti sono ancora solo di reciproca sopportazione. A prendere l’iniziativa è Kolya, all’uscita dell’ospedale, dove hanno saputo che la nonna è morta: spontaneamente, mette la sua manina in quella di Louka. È come se per la prima volta gli dicesse:
- Mi fido di te -. Dunque, essere figlio vuol dire
dare fiducia.Kolya prende sul serio il suo ruolo di figlio: partecipa alla vita di Louka, è attentissimo alle cerimonie funebri che si susseguono sotto i suoi occhi. Lentamente comincia ad imparare la nuova lingua. Nasconde la sua nostalgia della mamma, lasciandosi andare solo quando è solo. Quando la polizia interroga Louka, il bambino gli sta intorno e a suo modo “lo difende” dall’aggressività del commissario.
Essere figli, allora, comporta
interessarsi alla vita del padre e a ciò che egli ama. Significa
essere accanto a lui nei momenti difficili, quando il mondo è contro.
Essere padre vuol dire innanzi tutto
prendersi cura: Louka prepara da mangiare e trova per Kolya anche delle specialità russe. Gli fa fare il bagno, lo cura quando è malato. Si sente
responsabile nei confronti del bambino ed è grande la sua angoscia quando lo perde nella metropolitana. Per evitare che la compagna Parka lo affidi ai servizi sociali, decide di portarlo via.
Da “padre”, cerca di
costruire attorno al “figlio”
realtà a misura di bambino e di procurargli occasioni di gioia: il teatrino di marionette, la trottola di legno, le passeggiate in bicicletta, il campeggio, le fiabe in russo al telefono e quelle raccontate da lui stesso, la festa di compleanno, il dono del violino.
Quello che prima era importante, ad esempio la sua fitta agenda di conquiste femminili, adesso è visto in un’altra prospettiva. Le amanti di un tempo diventano un aiuto nel suo nuovo ruolo di padre.
Anche i padri difendono i figli da chi li attacca: Louka arriva a mettersi contro sua madre, che respinge il bambino perché è russo.
Ci vuole pazienza ad essere padri: tenere il passo dei piccoli, portarli in braccio quando sono stanchi, vestirli, spogliarli, ricominciando ogni giorno. Ci vuole la pazienza di guardare i cartoni animati in russo in un cinema deserto, la pazienza di rispondere a un infinito numero di perché.
E ci vuole pazienza ad essere figli: ad aspettare che i grandi imparino dai loro errori il mestiere di genitori.
È ancora Kolya il primo ad usare il termine “papà”: al campeggio, prima di dormire dà il bacio della buonanotte, dicendo semplicemente: -
Ciao, papà! -Il suo affetto si manifesta in tanti dettagli, ma uno è davvero speciale. Quando riceve il regalo di compleanno, prima di scartarlo va a baciare Louka per dire grazie.
Essere padre, significa avere la libertà di lasciare partire il figlio quando è il momento.
Ed essere figlio vuol dire poter staccarsi dal padre, sapendo che c’è un legame più forte di qualsiasi distanza.
Non per nulla, il canto che fa da filo conduttore e che Kolya ripete sull’aereo, è il salmo 23:
“Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla.”L’esperienza di Louka con Kolya è simile a quella di ogni padre con un figlio neonato: non capisce la sua “lingua”, non sa da che parte cominciare. È diviso tra la tenerezza e l’insofferenza, tra il prendersi cura con dedizione e l’attaccamento egoistico ai propri ritmi, al proprio stile.
Il rapporto padre/figlio, chiede tempo: per conoscersi, per capirsi, per stare insieme.
Per dirlo in una sola parola, essere padre e figlio significa amare.
Accogliersi per come si è, senza condizioni.
Essere scambievolmente necessari e liberanti.
Fonte di gioia, di crescita, di speranza, l’uno per l’altro.
Dare gusto alla vita, reciprocamente.
D. De Simeis