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RUBRICA: EFFETTO CINEMA
Schede analitiche di film a cura di Teresa Braccio. Da utilizzare per cineforum e incontri tematici, in ambito educativo, formativo e pastorale.
       
In my country
In my country è un film da vedere innanzi tutto per il suo alto valore etico: aiuta a non dimenticare ciò che è avvenuto e che può ancora ripetersi, ogni volta che il pregiudizio razzista e la smania di potere prendono il sopravvento.
Titolo originale: Country of my skull.
Regia: John Boorman.
Soggetto: dal romanzo Country of my skull di Antjie Krog.
Sceneggiatura: Ann Peacock.
Fotografia: (a colori) Seamus Deasy.
Montaggio: Ron Davis.
Produzione: Gran Bretagna, Irlanda, Sudafrica, 2003. Phoenix Pictures, Robert Chartoff
Productions, Film Africa, Merlin Films, Studio Eight Production.
Durata: 104'.
Genere: drammatico.
Interpreti: Juliette Binoche (Anna Malan), Samuel L. Jackson (Langstone Withfield),
Menzi Ngubaner (Dumi Mkhalipi), Brendan Gleeson (De Jager).
Destinatari: Giovani/Adulti.
Valutazione del Centro Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana: accettabile / problematico / dibattiti.

Il film
Sudafrica, 1995. Da un anno si è chiusa la buia pagina dell’Apartheid: Nelson Mandela, finalmente libero, è il nuovo presidente, ma tra neri e afrikaans (sudafricani bianchi, discendenti degli antichi colonizzatori) rischia di scoppiare una guerra civile. Per evitarla, il presidente Mandela e monsignor Tutu istituiscono la Commissione per la Verità e la Riconciliazione: seguendo la tradizione africana dell’ubuntu, i colpevoli hanno la possibilità di confessare con verità i loro crimini e chiedere perdono alle vittime. Quanti si dimostrano pentiti possono godere dell’amnistia.
Anna Malan, poetessa afrikaans, da sempre schierata al fianco della gente di colore, segue le sedute della Commissione per conto di una radio nazionale. Anche il Washington Post invia dagli USA un suo giornalista afroamericano, Langstone Withfield, per seguire i lavori. I rapporti tra Anna e Langstone sono inizialmente molto tesi, poiché il giornalista è scettico sulla possibilità di amministrare la giustizia attraverso il perdono. La sofferenza con cui vengono in contatto durante le testimonianze presso la Commissione, li tocca profondamente e li avvicina sempre di più.

Per riflettere dopo aver visto il film
  • Che cosa conosci dell’Apartheid in Sudafrica? Sapresti spiegarlo con le tue parole?

  • Che cosa si propone la Commissione per la Verità e la Riconciliazione?

  • Perché Langston è scettico su questo modo di esercitare la giustizia?

  • E tu, cosa ne pensi?

  • È possibile, secondo te, superare l’odio e riparare al male compiuto attraverso un cammino di riconciliazione?

  • Una possibile lettura
    In my country è un film da vedere innanzi tutto per il suo alto valore etico: aiuta a non dimenticare ciò che è avvenuto e che può ancora ripetersi, ogni volta che il pregiudizio razzista e la smania di potere prendono il sopravvento.
    Va sottolineato l’equilibrio con il cui il regista ha voluto rievocare una pagina orribile della storia del Novecento: Boorman non usa mai il flashback, che pure sarebbe una modalità cinematograficamente privilegiata. Gli spettatori sono abituati, in genere, ad incontrare una dissolvenza ogni qual volta che in una pellicola viene raccontato un episodio del passato: le parole lasciano di norma il posto alle immagini, che mostrano quanto viene narrato. In questo film, invece, il regista lascia che siano le nude parole dei testimoni a ricostruire ciò che è avvenuto. Poteva trasformare In my country in una galleria degli orrori e invece, senza mostrare dettagli disturbanti, trasmette intatto tutto il dolore e lo strazio.
    La scena del ritrovamento del corpo della ragazzina che aveva potuto coprirsi solo con una busta di plastica, oppure quella in cui mostra la fattoria delle torture, sono comunque forti, incisive, s’imprimono a fuoco pur senza mostrare esplicitamente la crudeltà che lasciano comprendere. Su questa linea si pongono anche le interviste che Langston ottiene dal colonnello De Jager: nulla viene mostrato, ma dalle parole del militare traspare il gusto per la violenza e il delirio di onnipotenza provato nell’avere tra le mani la vita di una persona.
    Invito eloquente alla coscienza di ogni spettatore chiamato a confrontarsi anche con la domanda bruciante che Langston rivolge ad Anna: “Come si può dire: -Non sapevo?-“. Nessuno può chiamarsi fuori, nessuno può sentirsi completamente innocente riguardo tutto ciò che avviene attorno a lui.

    In un mondo lacerato da tensioni e conflitti, In my country merita di essere visto perché propone “una giustizia per avvicinare le persone, piuttosto che per separarle”, come spiega il vescovo che presiede le udienze della Commissione. È la straordinaria forza di pace della Verità che si apre al perdono. Non è faciloneria: per coloro che assistono alle udienze è evidente la differenza tra chi domanda perdono perché sinceramente pentito e chi invece vuol solo provare ad ottenere l’amnistia. Tra i tanti accusati che vengono presentati, solo uno sembra sincero fino in fondo: è il poliziotto che s’inginocchia di fronte al bimbo di cui ha trucidato la famiglia. Quest’uomo è tormentato dal rimorso e cerca un modo concreto per riparare al dolore causato. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione non supplisce ai tribunali: ascolta e riporta ai giudici quanto raccolto nelle udienze con i testimoni, ma è evidente come, in sede di giudizio, nessuno intenda passare un colpo di spugna su quanto avvenuto. Prova ne sia che De Jager, malgrado i suoi maneggi per ottenere l’amnistia, viene condannato.
    L’ubuntu, che attinge alla millenaria cultura dell’Africa, ricorda a ciascuno il legame che esiste tra le creature: “Una persona è una persona perché esistono gli altri” spiega il vecchio Anderson: di conseguenza: “Quando qualcuno fa del male, lo fa a tutto il mondo e anche a se stesso. Non siamo soli in questo mondo”. Per questo, il perdono concesso a qualcuno è vita che si espande come dono, per tutti.

    D. De Simeis

    Febbraio 2012
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