Titolo originale: Hotel Rwanda.
Regia: Terry George.
Soggetto e Sceneggiatura: Keir Pearson & Terry George.
Fotografia: (a colori) Robert Fraisse.
Montaggio: Naomi Geraghty.
Musiche: Andrea Guerra, Rupert Gregson Williams, Afro Celt Sound System.
Produzione: 2004. Gran Bretagna, Sud Africa, Italia. A.Kitman Ho, Terry George.
Durata: 121'
Genere: Drammatico.
Interpreti: Don Cheadle (Paul Rusesabagina), Sophie Okonedo (Tatiana), Joaquin Phoenix (Jack), Nick Nolte (colonnello Oliver), Desmond Dube, Jean Reno, Roberto Citran.
Destinatari: Giovani/Adulti
Valutazione del Centro Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana: Accettabile/problematico/dibattiti.
Il film
Kigali, 1994. da molte settimane la situazione in tutto il Rwanda è tesa e allarmata a causa delle violenze perpetrate dai membri dell'Interhamwe (la milizia hutu) verso la minoranza tutsi. Una prospettiva di pace viene dall'accordo che il presidente rwandese sta per firmare grazie ai negoziati ONU.
Paul Rusesabagina, direttore dell'esclusivo Hotel Mille Collines, è fiducioso: appartiene ai moderati, ha sposato una donna tutsi e la sua unica preoccupazione è accontentare (e magari prevenire) i capricci dei suoi facoltosi clienti.
L'omicidio del presidente, subito dopo la firma del trattato di pace, sprofonda il Rwanda in una spirale di odio e di terrore. I ribelli hutu attaccano con violenza, armati di machete. Gli occidentali si ritirano tutti. Le esigue forze ONU hanno l'ordine di non usare le armi.
Molti profughi cercano riparo al Mille Collines: Paul Rusesabagina, sconvolto dall'orrore per tutti quei morti innocenti, si adopera con ogni mezzo per salvare la sua famiglia e aiutare oltre un migliaio di profughi, nascosti nell'hotel, a mettersi in salvo oltre il confine.
Per riflettere dopo aver visto il film
Da dove nasce l'odio tra hutu e tutsi? Chi lo alimenta? A che scopo?
Perché le truppe occidentali di stanza in Rwanda si ritirano, consegnando il popolo a un genocidio?
Paul Rusesabagina mette a rischio tutto ciò che ha e la sua stessa vita per salvare bambini, donne, anziani: perché lo fa?
Prima di vedere il film che cosa sapevi o ricordavi del genocidio avvenuto in Rwanda nel 1994? Conosci la situazione attuale di questo Paese? E degli altri Paesi africani?
Una possibile lettura
Duplice è il valore del film di Terry George che ha il merito di raccontare facendosi voce di testimonianza, e al tempo stesso, sa destare le coscienze.
Raccontare, dunque: perché quello che è avvenuto non sia dimenticato. Perché il tempo non cancelli la memoria di un genocidio così crudele e assurdo.
Raccontare in modo pacato: senza mai indulgere nel mostrare il sangue e l'orrore, senza fermarsi solo sulle efferatezze compiute dagli africani, ma denunciando con lucidità anche le indifferenze perpetrate dai bianchi.
Le radici dell'odio tra hutu e tutsi affondano nella storia del Rwanda e le responsabilità europeee non sono poche. Come ricorda un giornalista: “Furono i belgi a creare la divisione: selezionavano le persone. Quelli con il naso più piccolo, la pelle più chiara… di solito misuravano l'ampiezza del naso. I belgi usarono i tutsi per governare il Paese e quando se ne andarono lasciarono il potere agli hutu che, ovviamente, si vendicarono per tutti gli anni di repressione”.
L'odio fratricida colpisce con particolare veemenza proprio i più indifesi: i bambini. Come osserva Pat Archer, impegnata con tutta sé stessa nella Croce Rossa Internazionale: “Il bersaglio sono i bambini tutsi, per spazzare via la prossima generazione”.
La sete di vendetta hutu è inasprita anche ad opera di una martellante campagna radiofonica che in maniera ossessiva incita all'odio. Radio TML, gestita dai più violenti membri dell'Interhamwe, la milizia hutu, ricorda ad ogni momento: “State all'erta! Attenti al vostro vicino!”. È la voce della Radio a incoraggiare al disprezzo usando sempre e soltanto il termine “scarafaggio” per riferirsi a persone di etnia tutsi. È la radio a sollecitare le denunce contro i tutsi, ma anche contro gli hutu che rifiutano la violenza e ospitano i tutsi per nasconderli. È ancora la radio a giustificare gli stupri, le violenze, le torture verso le donne tutsi, considerate streghe. È sempre la radio a richiamare la gente nelle strade, perché armata di machete proceda nelle aggressioni sistematiche.
A fronte di una così massiccia attività di indottrinamento radiofonico, ad opera dell'Interhamwe, capeggiata da George Rutaganda, corrisponde il tono assai meno incisivo degli organi d'informazione occidentali. Certo, non mancano i giornalisti coraggiosi come Jack, che rischiano la vita per inoltrarsi nelle strade ove avvengono i massacri per documentarli. Ma l'eco che quelle immagini suscitano in Occidente, è blando, ininfluente.
Raccontare, come fa
Hotel Rwanda, diventa allora un obbligo morale: per custodire la memoria e permettere alle vittime, a chi non è sopravvissuto, di far udire comunque la propria voce. Infatti nel film parlano i protagonisti, ma parlano anche tutte le figure di contorno: le folle di profughi in cammino, le donne tutsi tenute in gabbia per il divertimento dei torturatori, i bambini trasformati in guerriglieri, i corpi dilaniati con il machete, la strada lungo il fiume invasa di cadaveri fino all'inverosimile…
C'è un secondo aspetto preziosissimo in questo film: la capacità di scomodare le coscienze e di mettere in questione. Perché la tentazione di chiudere gli occhi, di voltarsi dall'altra parte è sempre in agguato. Mentre la pellicola scorre, la maggior parte degli spettatori si trova a pensare: - Queste cose le ho sentite al tg, le ho viste in qualche servizio tv, ho letto titoli sui giornali: perché ho continuato a vivere come se non mi riguardassero? Perché mi sono comportato come temeva Jack, il giornalista? -
Nel film c'è infatti il dialogo amaro tra Rusesabagina e l'inviato che ha raccolto immagini drammatiche del genocidio: “Se la gente vede quelle immagini - considera Paul - come possono non intervenire?” E il cronista, scettico: “ Se la gente vede quel servizio, dirà: Oh, mio Dio, è orribile! E poi continuerà a cenare…”
L'Occidente ha “deciso”, o forse si è autoconvinto, che quanto stava accadendo in Rwanda non lo riguardava. Senza dubbio anche per motivi politici: “Ho implorato di venirvi a prendere - si rammarica il direttore della Sabena - ma temo che questo non accadrà. Il Rwanda non vale un solo voto per nessuno di loro: francesi, belgi, britannici, americani…”. E sembra fargli eco con amara disperazione il generale delle forze ONU: “Non resteranno. Non fermeranno la carneficina… siete immondizia. Per noi siete immondizia! Per l'Occidente non valete nulla!”
Ma nell'opinione pubblica, probabilmente, ha giocato anche la sottile convinzione che erano “fatti loro”, un problema che riguardava solo l'Africa.
Solo quando il dolore tocca in prima persona lo si sente proprio. Lo stesso Paul, all'inizio della narrazione, è addolorato per la sorte altrui, ma non sconvolto. Se ne tiene al di fuori. Ha il suo lavoro, il suo benessere, la sicurezza per la sua famiglia e non cerca altro: “Presto tutto sarà finito: e se poi perdo il mio impiego?” si domanda angosciato quando i profughi cominciano a giungere all'Hotel Mille Collines.
Quando però si trova a toccare con mano il delirio della violenza, quando il dolore altrui non è anonimo e distante ma ha il volto di bambini, donne, anziani, ammalati, allora non può chiamarsi fuori. Quando l'odore acre del sangue e del fumo degli incendi riempie i suoi polmoni, non può tirarsi indietro: la sorte di ciascuno lo riguarda. Sta qui la normalità e l'eroicità di Paul Rusesabagina, che seguendo solo la sua coscienza, il rispetto per la vita e la dignità di ciascuno, ha salvato 1268 profughi.
Quello che in un servizio giornalistico sono solo corpi massacrati o masse in esodo, per Paul diventano persone concrete, declinate al singolare. Invitando i rifugiati dell'Hotel a contattare chiunque conoscano in Occidente, perché intervengano in loro favore, lo fa con parole vibranti: “Nessuno verrà a salvarci. Non ci saranno forze d'intervento. Possiamo solo salvarci da soli. Molti di voi hanno conoscenze influenti all'estero: per favore, chiamate queste persone. Dovete dire quello che ci accadrà. Dite loro addio. Ma quando dite loro addio, fatelo come se li raggiungeste attraverso il telefono e gli afferraste la mano. Devono avvertire che se lasciano andare quella mano, voi morirete. Devono arrossire di vergogna. Aiutarci dev'essere un obbligo!”
Paul ha deciso di “tenere per mano” tutte le persone che si rifugiavano nell'Hotel, soprattutto i bambini orfani e terrorizzati: questo ha fatto la differenza. Lo ha portato a investire ogni bene posseduto, ogni ricchezza, ogni appoggio, per salvare la sua famiglia e i profughi. Per continuare a tenere la mano di chi era sull'orlo dell'abisso, Rusesabagina si è servito della sua astuzia, delle conoscente, delle simpatie guadagnate lungo anni di servizio impeccabile. Ha dato fondo ad ogni risorsa per arginare il genocidio.
Invece l'Occidente non ha sentito in modo forte la vergogna per la carneficina che si stava compiendo. Troppi non si sono sentiti “afferrare la mano” dal grido di aiuto di chi stava per morire.
La situazione in Rwanda sembra ora stabilizzata, ma anche se cambiano i contorni etnici, i Paesi, le situazioni, le violenze sistematiche continuano ad essere perpetrate in troppe parti del mondo, spesso coperte da una sorta di indifferenza planetaria. Un modo concreto per reagire, può sgorgare anche da un film come questo, perché aiuta a pensare e scegliere. Facendo spazio nell'intelligenza e nel cuore.
Un passo importante perché, di fronte alla tentazione del rifiuto ad accogliere la disperazione, che grida vicino o lontano, a tutti sia dato di rispondere come Paul: “C'è sempre posto”.
D. De Simeis