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RUBRICA: SUSSIDI PASTORALI

Suggerimenti, stimoli e materiali per catechisti, educatori, animatori, impegnati in una efficace comunicazione della fede.

Il silenzio
Le parole di quaresima
[NADIA BONALDO]
Abbiamo bisogno del silenzio da un punto di vista antropologico perché l'uomo, essere in relazione, comunica in modo significativo soltanto grazie al rapporto equilibrato fra parola e silenzio. Ma ne abbiamo bisogno anche dal punto di vista spirituale. Il silenzio, per il cristiano, è una dimensione antropologica e teologica.

Le parole di Quaresima - Introduzione: Le pratiche penitenziali Le parole di Quaresima: il digiuno Le parole di Quaresima: la preghiera Le parole di Quaresima: l'elemosina Le parole di Quaresima: il silenzio Le parole di Quaresima: il perdono



















» La pratica del silenzio
» Una possibile spiegazione
» L'ascesi del linguaggio
» Quale silenzio
» Il silenzio custodisce il fuoco interiore
» Il silenzio nei padri della Chiesa





La pratica del silenzio
Il silenzio è l’atmosfera ideale, il terreno adatto su cui poggiano i pilastri della vita cristiana che abbiamo considerato nelle settimane precedenti.  Senza silenzio non può sussistere la preghiera: “la preghiera ha per padre il silenzio e per madre la solitudine” (Savonarola);
non può esistere il digiuno, che lavora il campo del nostro corpo per la semina di Dio;
non possono compiersi le opere di misericordia che suppongono un’accoglienza incondizionata dell’altro frutto di una profonda spoliazione di sé che allarga il cuore.
La tentazione, quando si scrive o si parla sul silenzio, o sull’amore, o su qualsiasi altra virtù è di scivolare nella retorica, nella poesia, nel moralismo, nei luoghi comuni. Come un ritornello, ci ripetiamo che siamo avvolti dal rumore, bombardati da messaggi sonori e visivi; che le nostre giornate sono piene di parole, di sollecitazioni ammiccanti...  e cerchiamo il silenzio come l’aria che respiriamo, come una sorsata d’acqua fresca in una giornata afosa.

Nonostante questo desiderio, continuiamo a vivere senza trovare il coraggio di dare un ritmo diverso alle nostre giornate e riempiamo, spesso con chiacchiere inutili, ogni minuto del nostro tempo, come se ci sentissimo a disagio a star soli con noi stessi. 
”Il rumore è benvenuto perché sovrasta l’istintivo avvertimento del pericolo che è in noi.
Chi ha paura di se stesso ricerca compagnie chiassose e rumori strepitosi.
Il rumore infonde un senso di sicurezza, come la folla;
per questo lo si ama e si ha il timore di contrastarlo.
Il rumore ci protegge da pensose riflessioni, distrugge i sogni inquietanti,
ci assicura che stiamo tutti quanti insieme
e facciamo un tale chiasso che nessuno oserà aggredirci”.
(C. Gustav Jung)




Una possibile spiegazione
Se osserviamo certi stili di vita o semplicemente alcuni format televisivi di particolare successo siamo spinti a credere che i sentimenti, le emozioni e perfino le agitazioni interiori debbano essere compartecipate agli altri, messe in piazza, alla mercé di tutti. La compartecipazione, la condivisione, sembra divenuta una delle più grandi virtù.  Scriveva tempo fa un noto maestro dello spirito, Henry Nouwen:
“Chiediamoci se le nostre molteplici compartecipazioni non siano più coartive che virtuose, se invece di creare una comunità non abbiano l’effetto di appiattire la vita di tutti noi. Torniamo spesso a casa da un incontro compartecipativo col sentimento che qualcosa di prezioso in noi ci è stato sottratto, che il nostro fondo intimo è stato calpestato”.




Ecoute, mon fils - la statue de Fr. Antoine L’ascesi del linguaggio
Comprendere quando tacere e quando parlare non è facile. Nelle nostre relazioni, parlare può diventare fonte di illusioni scambiando il semplice chiacchierare con il comunicare veramente in profondità.
“Nel corso di una conversazione chi tace può ‘far capire’, cioè promuovere la comprensione in modo più autentico di chi non finisce mai di parlare” (M. Heidegger).  Ma il dono della parola, non dimentichiamolo, è buono in se stesso, non bisogna sopprimerlo, né reprimerlo come se il mutismo fosse migliore o come se il parlare il meno possibile fosse un bene. 
Tutta la grande tradizione conferma che pure l’eccesso di silenzio può generare in noi e attorno a noi disordine e rumore. 
E’ proprio qui l’ambito dell’ascesi del linguaggio: utilizzare il parlare controllandolo, moderandolo, riconducendolo verso il centro del nostro essere più profondo.
Una parola che ha potere, spessore, che reca frutto e genera vita è una parola che esce dal silenzio e, dopo essere stata detta, riconduce al silenzio. Se una parola non è radicata nel silenzio è una parola debole, inefficace, che risuona come “un cembalo che tintinna” (1Cor 13,1).




Quale silenzio
Ma non tutti i silenzi sono fecondi.
C’è il silenzio della malattia che si affronta da soli;
quello della depressione, della solitudine o addirittura del suicidio;
il silenzio deprimente che ci accoglie quando rientriamo a casa la sera, soli e tristi;
il silenzio della miseria, dell’imbarazzo, della vergogna o della colpa… 
silenzi capaci di partorire solo parole che feriscono, offendono, giudicano, condannano.
Il silenzio non è semplicemente un vuoto, un’assenza per cui basta eliminare attorno a noi suoni e rumori per afferrarlo. 
Il silenzio fecondo, che genera comunione e dona vita, è presenza e pienezza
E’ ascolto di una presenza che ci avvolge e percezione di una pienezza che davvero può soddisfare tutti i nostri bisogni.




V. Van Gogh: Chaumes de Cordeville à Auvers Il silenzio custodisce il fuoco interiore
Uno dei significati positivi del silenzio, scriveva ancora Henry Nouwen, è che esso protegge il fuoco interiore, conserva il calore intimo della vita dello Spirito santo in noi. Il nostro primo compito è di accudire fedelmente al fuoco interiore, per poter, in caso di vero bisogno, offrire calore e luce ai viandanti che si sono perduti.
“Nessuno ha espresso questo con più convinzione - scrive Nouwen - del pittore olandese Vincent Van Gogh: ‘Vi può essere un gran fuoco nella nostra anima, eppure nessuno viene mai a scaldarvisi. E il passante scorge solo un filo di fumo che esce dal comignolo e prosegue per la sua via. Ecco, che cosa si deve fare ora? Si deve alimentare il fuoco interiore, non mancare di sale dentro di sé, attendere pazientemente, dominando la propria impazienza, l’ora in cui qualcuno verrà e siederà’.
Van Gogh conobbe la tentazione di aprire la porta, in modo che il passante potesse vedere il fuoco e non soltanto il fumo che esce attraverso il comignolo. Ma comprese anche che, se così avesse fatto, il fuoco si sarebbe spento e nessuno avrebbe trovato calore e rinnovata forza”.

Tutto questo i Padri del deserto lo avevano ribadito secoli prima:
“Quando la porta della sala da bagno è lasciata aperta in continuazione, il calore se ne va alla svelta attraverso di essa; parimenti l’anima, nel suo desiderio di dire molte cose, disperde la memoria di Dio attraverso la porta del discorso, anche se tutto ciò che dice può essere buono. Così l’intelletto, pur non avendo idee appropriate, riversa un tumulto di idee confuse su chiunque incontra, perché non ha più lo Spirito santo che lo mantiene libero dalle fantasticherie. L’opportuno silenzio, dunque, è prezioso, è anzi il pane dei pensieri più saggi” (Diadoco di Fotica).




Il silenzio nei Padri della Chiesa

Mio Salvatore,
concedimi di portare a buon fine
l'arduo compito della salvezza.

Né la pioggia sferzante,
né l'impeto dei torrenti
che scendono dai monti,
né le veementi tempeste
possano mai scuotere la mia casa.

Con la tua mano vittoriosa, assistimi, Signore!

Sii il mio aiuto,
preserva tu la mia vita
perché possa lodarti,
donatore e Signore dei beni più preziosi,
e salvezza degli uomini.

Senza di te, onnipotente,
non esiste opera e neppure progetto, idea, proposito
e nessuna delle cose che hanno credito
servono a raggiungere il fine ultimo.

Da Centurie sulla carità, Preghiera a Cristo di Massimo il Confessore
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Breve saggio sul valore del silenzio, elemento essenziale nell'esistenza di ognuno.
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Una meditazione, poetica e saggistica, fondata sull’ interpretazione della Rivelazione biblica dell’autore, in modo particolare nel gioco mistico ebraico che è la Qabbalah.
CESARE FALLETTI
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Interiorità e rapporto con Dio
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Destinatari: LAICI - RELIGIOSI CONSACRATI
Con un linguaggio semplice ma profondo viene trattata la ricerca della presenza di Dio nella propria vita, che è una presenza discreta come un vento leggero.
Maggio 2012
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