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RUBRICA: VANGELO E VITA
Commento di don Tonino Lasconi alle letture della Messa domenicale. Riflessioni brevi ed esistenziali, perché il Vangelo diventi luce per la vita di tutti i giorni.
II Domenica di Pasqua - Tempo di Pasqua - Anno C
Via la paura!
[TONINO LASCONI]
Letture: At 5, 12-16;  Sal 117;  Ap 1, 9-11.12-13.17.19;  
Gv 20, 19-31

La domenica in Albis (chiamata così perché i battezzati del sabato santo deponevano la veste bianca per riprendere gli abiti della quotidianità), oggi diventata anche dell’Amore Misericordioso per desiderio di Giovanni Paolo II, ci presenta tre immagini della Chiesa che valgono più di ogni commento.


La prima immagine, quella più immediata, è Tommaso con la sua esigenza di vedere e toccare le ferite della crocifissione per essere sicuro che Gesù è veramente risorto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Gesù rimprovera bonariamente l’apostolo e loda coloro che hanno la capacità di credere senza vedere e toccare, ma accondiscende alla sua richiesta. Segno evidente che egli comprende la nostra difficoltà a credere nella sua e nostra risurrezione, fondamento della nostra fede e della nostra speranza.
Come Chiesa e come singoli credenti - dal papa a quello più umile e sconosciuto - non dobbiamo dimenticare che la difficoltà della fede sta qui. Perciò non dobbiamo stancarci mai di rafforzare la nostra convinzione, per fare del “Mio Signore e mio Dio!” di Tommaso la nostra quotidiana professione di fede. 

La seconda immagine ci
viene offerta da  Giovanni. L’autore dell’Apocalisse si trova nell’isola di Patmos, non in villeggiatura, ma “nella tribolazione”, in esilio “a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù”, cioè per la fede nella risurrezione.  Una voce potente, come di tromba, gli risuona alle spalle. L’apostolo si gira e vede un’immagine sfolgorante: sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. Stordito da questa visione, che non fa parte della nostra esperienza terrena, Giovanni cade ai suoi piedi come morto, ma: “posando su di me la sua destra, disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito”.
 
E l’apostolo scaccia la paura e scrive le cose che ha visto per togliere il “velo dagli occhi” (apocalisse) a tutti coloro che vogliono guardare al di là dell’orizzonte umano, cioè credere alla risurrezione di Gesù e nostra.
La mano destra del Risorto sull’apostolo spaventato è l’immagine della Chiesa che - ieri oggi e sempre - ha bisogno di sentire questo incoraggiamento rassicurante quando viene a trovarsi “nella tribolazione a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù”.

C’è poi la terza immagine
, quella degli Atti: “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli… Sempre più venivano aggiunti credenti al Signore”. Come predicare la risurrezione di Gesù e nostra, una verità così difficile da credere anche  per coloro che l’annunciano? C’è un’unica possibilità: operando prodigi.
Non serve il lamento sulla cattiveria “degli altri che non si associano”. Non serve piagnucolare e recriminare perché vogliono con tutti i mezzi buttarci “nella tribolazione”. Non serve dare l’impressione di una Chiesa in preda alla paura, come se non ci fosse il Risorto a mostrarle le sue piaghe e a posare su di lei la sua mano destra.
Serve soltanto compiere “prodigi”, cioè segni di vita nuova, di vita non chiusa nell’orizzonte terreno.

Maggio 2012
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