Veneriamo i santi preghiamo per i defunti
“Il desiderio di capire cosa succederà quando moriremo è particolarmente intenso perché il modo con cui concepiamo la morte condiziona anche il nostro rapporto con essa… Soltanto se accettiamo la morte come meta della nostra vita, e non come annientamento, possiamo vivere pienamente la nostra essenza di mortali eppure chiamati alla risurrezione”.
Paura di morire
“Per i Padri della Chiesa la frase di Gesù secondo cui gli angeli dei piccoli vedono sempre la faccia del Padre celeste (cfr. Mt 18,10) significa che ogni uomo al momento della nascita riceve un angelo custode che lo accompagna per tutta la vita e, nella morte, lo conduce a Dio oltre la soglia.
Nella morte non saremo soli”.
Il mio zaino oltre la soglia della morte
“I morti con i quali ho condiviso la mia vita hanno già portato con sé il mio zaino oltre la soglia della morte. Perciò posso confidare che mi sarà più facile, morendo, saltare al di là del ruscello e arrivare dove troverò il mio zaino, le cose importanti per il mio cammino esistenziale”.
La morte come sfida a vivere
“La speranza che non si aspetta tutto dal momento presente, ma guarda oltre, mi mette invece in condizione di essere totalmente qui e ora e dunque di vivere davvero. Tutti i saggi sostengono infatti che sa vivere davvero soltanto chi è libero per il momento presente: per ciò che sta facendo, per la persona che ha di fronte e per il mistero del silenzio che lo circonda”.
Veneriamo i santi, preghiamo per i defunti
La teologia cattolica parla della comunione dei santi. Noi veneriamo i santi perché scorgiamo in loro qualcosa della presenza guaritrice di Dio. I santi non sono Dio, ma sono uniti a Dio. I santi ci dimostrano come Dio può guarire anche noi; molti di loro infatti – e in particolare i quattordici santi ausiliatori – sono raffigurati con le ferite che Dio ha sanato. Meditando su queste immagini possiamo confidare che Dio guarirà anche le nostre ferite. Altri santi fungono da esempio. Ci mostrano cosa può operare la grazia di Dio perfino nelle persone deboli. Già san Basilio definisce però i santi anche «potenti intercessori». Speriamo che ci sostengano dal cielo con la loro intercessione…
Ciò che diciamo dei santi vale anche per i defunti che abbiamo conosciuto. Chiediamo loro di accompagnarci dal cielo e di pregare per noi ora che sono una cosa sola con Dio. Possiamo confidare che i defunti abbiano trovato in Dio la pace con se stessi e la riconciliazione con le proprie fragili storie. Ed essendo riconciliati non ci muoveranno accuse se siamo colpevoli nei loro confronti. Perciò non dobbiamo avere paura di loro. «Nell’amore di Dio i defunti hanno un cuore ancora più grande di quello che avevano qui. Hanno conosciuto la riconciliazione di Dio anche come riconciliazione con se stessi e con tutti coloro ai quali hanno fatto qualche torto». Ciò vale anche per i nostri genitori defunti: il papà può continuare a farci coraggio da lassù insieme a Dio e la mamma diventa per noi un’immagine della protezione e dell’amore che Dio ci dona.
Come cristiani non dobbiamo avere nessun timore dei parenti defunti... Possiamo confidare che i nostri parenti defunti siano presso Dio, se noi recitiamo preghiere per loro o – com’è consuetudine in Asia – presentiamo offerte, possiamo concepirle come un’espressione del nostro amore. Desideriamo dimostrare ai nostri morti che non li abbiamo dimenticati, che sono importanti per noi. E gli chiediamo di assisterci nel nostro cammino. Tuttavia i defunti non hanno in sé il potere di assisterci. Sono in Dio. In loro, una parte di noi è già in Dio. Perciò li preghiamo di intercedere presso Dio affinché ci doni qualcosa della loro forza e saggezza, cosicché possiamo guidare oggi la nostra vita così come hanno fatto loro.
Celebrare insieme l’eucaristia nell’anniversario della morte di un parente è un’espressione della nostra comunione con il defunto. Ripensiamo a lui, non lo dimentichiamo, lo consideriamo una parte di noi. Crediamo che ora è presso Dio. Gioiamo della comunione con lui. Possiamo anche pregare per lui, ma la preghiera per il defunto è al tempo stesso una preghiera con lui, caratterizzata dalla fiducia che sia presso Dio.
Paura di morire
Nonostante io speri nella realizzazione del mio anelito alla vita eterna che mi attende dopo la morte, ho paura di morire. Ho paura di perdere il possesso delle mie facoltà mentali, di dipendere totalmente da altri e di andarmene tra dolori atroci. E ho paura di ciò che di sconosciuto e di ignoto la morte rappresenta. Il timore esistenziale della morte è ammissibile, nonostante la nostra speranza nella risurrezione. La paura però si relativizza se rifletto bene e ne parlo. La fine della mia vita non sarà segnata dalla paura ma dal passaggio a Dio. Come sarà questo passaggio – se comporterà grandi sofferenze, solitudine, rimorsi e paura del confronto con la mia verità e con la verità di Dio – non mi è dato di saperlo, ma confido nel fatto che nella morte mi attende la luce, che Dio mi stringerà in un abbraccio amorevole e io, nella mia impotenza e debolezza, mi potrò abbandonare all’amore divino. Ciò priva la mia paura del suo carattere opprimente e disperato. La morte è solo un passaggio e non la fine.
Come affrontiamo la morte – se moriamo nella speranza o nella disperazione, tranquilli o spaventati e tremanti – dipende dall’idea che ci facciamo della morte e di ciò che viene dopo. Se pensiamo che con la morte finisca tutto, ci attaccheremo alla vita più a lungo possibile, ci aggrapperemo spasmodicamente alle nostre sempre più flebili forze e osserveremo impauriti il nostro progressivo indebolimento e l’avvicinamento alla morte. Oppure saremo noi stessi a mettere fine alla nostra vita, se non ci appare più degna di essere vissuta. Così però la morte non significherà più accomiatarsi nella speranza di rivedersi, bensì estinguersi e rinunciare a se stessi.
Se associamo la morte a immagini dell’inferno e del purgatorio, della punizione e della condanna, le andremo incontro con paura. L’immagine del giudizio così come lo descrive Ottmar Fuchs, come un adeguarsi a Dio, non toglie alla morte la sua gravità. Ci mostra che nella morte saremo trasformati. E scoprire tutto ciò che c’è in noi di oscuro e deforme può essere senz’altro un processo doloroso. Tuttavia è, in ultima analisi, un’immagine caratterizzata dalla speranza: dalla speranza che attraverso il giudizio arriveremo all’amore di Dio, che ci rinfrancherà per sempre. Le immagini piene di speranza che la Bibbia ci offre a proposito della morte ci vogliono mettere in grado di andarle incontro fiduciosi. Ci donano, nel passaggio attraverso la porta della morte, la certezza che non siamo soli ma sorretti da un angelo che ci conduce oltre la soglia, circondati dall’amore degli uomini e dall’amore di Gesù Cristo, che ci ha preparato un posto.
Il mio zaino oltre la soglia della morte
Gesù nella sua morte ci prepara il posto dove, morendo, possiamo trasferirci. Nella morte non scompariamo in un luogo ignoto e buio, bensì andiamo in un luogo familiare. Gesù stesso ci ha preceduti e ci ha preparato il posto dove potremo abitare per sempre. Abitare presso Dio e in Dio sono immagini di un anelito che tutti conosciamo. In ogni dimora terrestre nella quale ci sentiamo davvero a casa avvertiamo questo desiderio di viverci bene per sempre, di essere a casa, protetti, e di poter essere così come siamo. Nella sua morte, nella quale ci ha amati fino alla fine, Gesù ci ha preparato quel posto, che quindi è ornato del suo amore. Per l’evangelista Giovanni questo amore è l’amore dell’amicizia: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13)…
Quando moriamo, Gesù viene a prenderci perché stiamo per sempre là dove lui è. La casa che lui ci ha preparato è quindi il posto in cui potremo abitare presso di lui e con lui nella patria eterna. E con Gesù abiteremo presso il Padre.
L’interpretazione che Gesù dà della propria morte vale in un certo senso anche per la morte delle persone alle quali siamo legati da amicizia e amore. Quando muoiono, portano già con sé una parte di noi nella dimora eterna. Tutto ciò che abbiamo condiviso con loro, gioie e dolori, amore e sofferenza, tutti i discorsi fatti, l’intimità avvertita: morendo portano con sé tutto quanto nella casa che preparano per noi.
Possiamo immaginarcelo così: passeggio in un prato e arrivo a un ruscello. Per poterlo saltare meglio, getto prima dall’altra parte il mio zaino. I morti con i quali ho condiviso la mia vita hanno già portato con sé il mio zaino oltre la soglia della morte. Perciò posso confidare che mi sarà più facile, morendo, saltare al di là del ruscello e arrivare dove troverò il mio zaino, le cose importanti per il mio cammino esistenziale. I morti decorano la dimora eterna con ciò che di mio hanno già portato oltre la soglia.
La morte come sfida a vivere
Da sempre gli uomini hanno concepito la morte come una sfida a vivere consapevolmente e intensamente. La morte mi indica che il mio tempo è limitato e quindi mi invita a sfruttarlo. Devo vivere il tempo che mi è concesso in modo corrispondente al mio vero essere. Non si tratta però di mettersi sotto pressione e di voler fare il più possibile nel tempo di cui disponiamo. Questa pressione mi impedirebbe infatti di riconoscere il mistero del momento presente e di incontrare nella sua unicità l’essere umano con cui ho a che fare in quell’istante.
La speranza che non si aspetta tutto dal momento presente ma guarda oltre mi mette invece in condizione di essere totalmente qui e ora e dunque di vivere davvero. Tutti i saggi sostengono infatti che sa vivere davvero soltanto chi è libero per il momento presente: per ciò che sta facendo, per la persona che ha di fronte e per il mistero del silenzio che lo circonda.
San Benedetto esorta i suoi monaci a «prospettarsi sempre la possibilità della morte» (Regola IV,47), non per spaventarli ma per invitarli a ripensare continuamente a cosa significa vivere: in che cosa consiste il senso della mia vita? Quale impronta esistenziale desidero lasciare in questo mondo? Qual è il gusto della vita? Cosa significa che io vivo, respiro, parlo, ascolto in questo preciso istante?
Il pensiero della morte vuole rendere più intensa la nostra vita, affinché viviamo con tutti i sensi. E ci invita a essere, in questo mondo, testimoni di una speranza che va al di là di esso. Proprio come testimoni di una tale speranza diventiamo una benedizione per questo mondo che tende a chiudersi in se stesso. La nostra speranza apre il mondo a Dio. Il cielo si spalanca sul mondo e rende più umana la vita sulla terra.
(Dal volume Che cosa c’è dopo la morte? L’arte di vivere e morire, di Anselm Grün, Paoline, Milano 2009).