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RUBRICA: SUSSIDI PASTORALI

Suggerimenti, stimoli e materiali per catechisti, educatori, animatori, impegnati in una efficace comunicazione della fede.

L'elemosina
Le parole di quaresima
[NADIA BONALDO]
“Riscoprire il valore dell’elemosina, dell’intervento immediato, che non pretende di risolvere tutto, ma fa quello che è possibile al momento. E’ necessario un grande realismo e soprattutto evitare che essa diventi il surrogato di altri interventi più completi ed efficaci” (card. Carlo M. Martini).
Le parole di Quaresima - Introduzione: Le pratiche penitenziali Le parole di Quaresima: il digiuno Le parole di Quaresima: la preghiera Le parole di Quaresima: l'elemosina Le parole di Quaresima: il silenzio Le parole di Quaresima: il perdono

















» La pratica del'elemosina
» Alla radice del problema
» Il valore di un gesto concreto
» Non semplice filantropia
» L'elemosina nei padri della Chiesa





La pratica dell'elemosina
Da sempre il digiuno, la preghiera e l’elemosina (o opere di misericordia) sono stati considerati come i pilastri della struttura portante della vita spirituale del cristiano e come le tre pratiche penitenziali, tipiche del tempo quaresimale. Sono state pensate insieme come se l’una senza l’altra non potessero sussistere: ”Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre opere, preghiera, digiuno, misericordia sono una cosa sola, e ricevono vita l’una dall’altra” (dai Discorsi di Pietro Crisologo).
Essendo dimensioni così vere e profonde della realtà umana è facile riconoscerle presenti anche nelle altre esperienze religiose. Per l’Islam l’elemosina è uno dei cinque precetti (insieme alla preghiera, al digiuno, al pellegrinaggio alla Mecca e al riconoscimento di un solo Dio, Allah).

Anche nel giudaismo precristiano si praticavano diffusamente azioni caritative a favore del prossimo indigente. Basti pensare all'insistenza di prendersi cura degli orfani e delle vedove, di ospitare stranieri e pellegrini. Gli stessi profeti (in particolare Amos e Isaia) pongono la giustizia e la carità come condizioni per offrire sacrifici graditi a Dio.
Da qui si deduce che il rapporto con Dio e la cura della propria interiorità non vanno vissuti chiudendosi in sé stessi; non può mancare la dimensione sociale dell’apertura verso gli altri, a cominciare da chi è nel bisogno, superando l’egoismo e l’attaccamento possessivo ai propri beni. Ma proprio qui conviene qualche chiarezza.
E’ noto il famoso proverbio cinese: “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”, ma si può parafrase anche in un altro modo, scriveva Giuliana Martirani in un suo libro Il drago e l’agnello (Milano 2001): “All’affamato da’ subito un pesce per sfamarlo, dagli la canna da pesca per pescare domani, ma soprattutto non rubargli più il suo lago”.
San Gregorio Magno nella Regola pastorale invitava i pastori a tener presente che: “Quando doniamo ai poveri le cose indispensabili, non facciamo loro delle elargizioni personali, ma rendiamo loro ciò che è loro. Più che compiere un atto di carità, adempiamo un dovere di giustizia”.




Alla radice del problema
Il capo indios Guaicaipuro Cuautemoc, in occasione dei 500 anni della conquista dell'America, scrisse una lettera alle potenze occidentali: “Nell'archivio delle Indie risulta, carta su carta, ricevuta su ricevuta, che soltanto tra il 1503 e 1660 arrivarono a Sanlúcar de Barramela, in Spagna, 185mila kg d’oro e 16 milioni di kg d'argento provenienti dall'America... punto di partenza del capitalismo e dell'attuale civiltà europea...
Questi 185mila kg d’oro e i 16 milioni di kg d'argento devono essere considerati come il primo di tanti prestiti amichevoli dell'America per lo sviluppo dell'Europa... Dicendo questo vogliamo anche mettere in chiaro che non ci abbasseremo a chiedere, per l'oro e l'argento prestato ai fratelli europei, i vili e fluttuanti tassi di interesse del 20% e anche del 30% che i fratelli europei esigono dai popoli del Terzo Mondo. Ci limitiamo a esigere la restituzione dei metalli preziosi che abbiamo versato in anticipo, al modico interesse fisso del 10% annuo, accumulato durante i soli ultimi trecento anni.
Su questa base informiamo che ci debbono soltanto, come primo pagamento del debito, un numero che per scriverlo completo sarebbero necessarie più di trecento cifre e il corrispondente in metallo supererebbe di molto  il peso della terra... Se l'Europa in mezzo millennio non ha potuto produrre ricchezze sufficienti per cancellare questo interesse modico, bisogna ammettere il suo assoluto fallimento finanziario e la demenziale irrazionalità dei presupposti del capitalismo... »

Scriveva molti secoli prima san Basilio: “le grandi ricchezze sono sospette. Da dove vengono, se non dall'ingiusto sfruttamento dei poveri? E perciò quello che ai poveri è stato tolto, ai poveri va restituito”.
Ben vengano allora tutte le organizzazioni e associazioni che tendono a debellare l’ingiustizia, a denunciare sfruttamenti planetari, tutta l’opera di missionari e volontari che sacrificano la loro vita per la promozione e lo sviluppo di molte popolazioni.
“Beati gli operatori di giustizia… i costruttori di pace…”. Questa tensione a sradicare la radice “marcia” della pianta, a trovare la vera causa di tante disuguaglianze e lottare per un mondo più equo e giusto dove ognuno possa godere dei beni della terra, non deve farci dimenticare però la dimensione spiccatamente personale della carità.




Il valore di un gesto concreto
Illuminante al riguardo alcuni richiami del card. Carlo Maria Martini in una sua lettera pastorale alla Diocesi di Milano dell’anno 1985-86: “Dobbiamo riscoprire il valore dell’elemosina, dell’intervento immediato, che non pretende di risolvere tutto, ma fa quello che è possibile al momento. E’ necessario un grande realismo e soprattutto bisogna evitare che essa diventi il surrogato di altri interventi più completi ed efficaci. Pur con questi rischi essa contiene molti valori.

1. E’ un gesto di aderenza alla realtà. Anche nella nostra società ci sono situazioni di povertà difficilmente individuabili e sanabili a livello sociale. Anzi proprio alcuni meccanismi della nostra civiltà del progresso e del benessere tendono a produrre disadattati, emarginati, asociali. Occorre certo intervenire perché i meccanismi siano corretti, così che non producano effetti negativi; o perché, una volta prodotti tali effetti, si trovino rimedi a livelli sociale. Intanto però occorre fare qualcosa. La carità suggerisce quello che di volta in volta si può fare.
2. L’elemosina è un gesto profetico ed educativo. Proclama che nessuna civiltà terrena, per quanto perfetta, può risolvere tutti i problemi. Solo Dio, con la venuta finale del suo Regno, tergerà ogni lacrima e farà cessare ogni lutto, pianto e dolore. In questa luce l’elemosina ci educa ad avvicinarci ai fratelli con molta umiltà, non sentendoci superiori a loro, ma chiedendo scusa perché riusciamo a fare così poco. Inoltre ci educa a capire il vero valore della carità: essa vale per se stessa, non soltanto o soprattutto per i frutti che produce” (Farsi Prossimo. La carità oggi nella nostra società e nella Chiesa, pp. 83-84).




Non semplice filantropia
Un invito chiaro a non sottovalutare l’elemosina ma a riscoprirla come strada che ci porta a Dio secondo i ragionamenti molto semplici dei padri della chiesa: “se è difficile amare Dio proviamo a far del bene al prossimo per andare incontro a Dio”. Ciò che si è detto sui bisogni materiali può essere applicato ai bisogni spirituali, culturali, etici dell’uomo e della donna di oggi.  “L’elemosina non è semplice filantropia: è piuttosto un’espressione concreta della carità, virtù teologale che esige l’interiore conversione all’amore di Dio e dei fratelli, ad imitazione di Gesù Cristo, il quale morendo in croce donò tutto se stesso per noi” (Benedetto XVI).




L'elemosina nei Padri della Chiesa

Con l'aiuto della misericordia
del Signore Dio nostro,
le tentazioni del secolo,
le insidie del diavolo,
le lusinghe della carne,
le turbolenze di questi tempi burrascosi,
come ogni avversità
sia corporale sia spirituale,
vanno superate
mediante le elemosine,
i digiuni e le preghiere.

Anche se queste pratiche
debbono fervere nel cristiano
per tutta la vita,
massimamente nell'approssimarsi della solennità della Pasqua
che con il suo ritorno annuale
anima i nostri cuori
rinnovando in essi il salutare ricordo
del Signore nostro,
l'unigenito Figlio di Dio,
il quale ci donò misericordia,
digiunò e pregò per noi.

«Elemosina», infatti, nella lingua greca
significa misericordia.
E quale più grande misericordia
poteva essere riservata a degli infelici
che vedere il Creatore della terra
rivestire un corpo di terra?

Dai Sermoni di sant’Agostino

 

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