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RUBRICA: VANGELO E VITA
Commento di don Tonino Lasconi alle letture della Messa domenicale. Riflessioni brevi ed esistenziali, perché il Vangelo diventi luce per la vita di tutti i giorni.
XXXIII Domenica - Tempo Ordinario - Anno C
L’energia del provvisorio
[TONINO LASCONI]
Letture: Ml 3, 19-20;  Sal 97;  2 Ts 3, 7-12;  Lc 21, 5-19
I terremoti, le carestie, le pestilenze, i fatti terrificanti, l’allergia al messaggio cristiano e il rancore verso coloro che lo testimoniano, accadono ogni giorno. Questi fatti non segnalano la fine del mondo, ma la sua provvisorietà.

Gesù partendo dalla triste fine che da lì a non molti anni (70 d.C.) sarebbe toccata al tempio di Gerusalemme ad opera dei Romani, lancia il suo messaggio sulla provvisorietà del mondo, descrivendone la fine come quella di una città che, dopo un lungo assedio, crolla sotto l’urto di un esercito nemico.
L’accostamento  fine del tempio - fine del mondo -  a noi può sembrare strano. Non lo era invece per i Giudei per i quali la distruzione del tempio da parte dei Babilonesi (587 a.C.) era stata considerata la fine del mondo, e quella ad opera dei Romani sarebbe stata la seconda fine del mondo, come l’evangelista Luca, scrivendo il suo vangelo una quindicina di anni dopo l’avvenimento, aveva potuto constatare di persona.

Adesso, però, noi lasciamo da parte i riferimenti storici per andare al sodo, al messaggio: questo mondo, per quanto bello e grande come il tempio, è destinato a finire. Perciò noi viviamo nel provvisorio.

Non è facile accettare questa realtà che, inutile negarlo, ci rende inquieti, incerti, ansiosi. Vorremmo almeno alleggerire un po’ la trepidazione sapendo “quando” accadrà. Proprio come coloro che ascoltano Gesù e gli chiedono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?” … Così, almeno, fino a quel disgraziato momento, possiamo stare tranquilli.

Gesù tace sul “quando”, anzi, mette in guardia a non dare ascolto a coloro che dicono di conoscerlo. Matteo ci riporta un’affermazione ancora più netta ed esplicita: “Quando a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo, né il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24,36). Figuriamoci se lo sanno i Maya, i testimoni di Geova o gli indovini da strapazzo che prolificano in tivù.

Gesù invece ci indica il “segno”: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome”.

“Allora è facile indovinare la data - potremo dire -. Basta essere attenti alle cose descritte da Gesù e…”. E… Niente!  Le cose indicate da Gesù avvengono sempre. I terremoti, le carestie, le pestilenze, i fatti terrificanti, l’allergia al messaggio cristiano e il rancore verso coloro che lo testimoniano, accadono ogni giorno.
Questi fatti non segnalano la fine del mondo, ma la sua provvisorietà. Perché accadono sempre. Ci dobbiamo rassegnare: viviamo nel provvisorio. Questa è la verità della nostra vita.

Allora?
Allora abbiamo davanti soltanto due strade. La prima: di vivere tutto alla bene e meglio, come viene viene, vivacchiare a scartamento ridotto, tanto niente, come noi, dura per sempre. La seconda: vivere tutto con il massimo dell’impegno, perché siccome non conosciamo il tempo che abbiamo a disposizione, sappiamo solo che comunque è poco, non dobbiamo sprecarne nemmeno un secondo. Ogni istante è prezioso, e non va consegnato alla pigrizia, alla banalità, al nonsenso, all’ozio.

Paolo ci indica decisamente la seconda strada, proponendoci in tono solenne, parlando con il plurale maiestatico, il suo esempio: “Noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi”. Poi la stoccata finale:  “chi non vuole lavorare, neppure mangi”. Più chiaro di così…

Guai a rinunciare, perciò, a costruire il bello, il buono, il vero, il giusto perché… tanto tutto finirà.
Gesù annuncia la distruzione del tempio di Gerusalemme, ma se non fosse stato costruito perché tanto anche esso sarebbe finito, non ne avrebbe ammirato la bellezza, e non avrebbe pianto per la sua inevitabile fine (Lc 19,41).

Quando quel giorno arriverà - e non pensiamo a quando arriverà per il mondo, ma a quando arriverà per noi - non sarà un prendere su broda e acini, un “venite avanti come siete siete”, ma un giudizio: “Sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà - dice il Signore degli eserciti - fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”.

Il giudizio… Questo è ciò che più disturba e irrita nella cultura (?) del “faccio ciò che mi pare”, del “io la penso così”, “ciò che è bene o male lo decido io”.
Ma anche coloro che lo negano non dovrebbero essere troppo sicuri e tranquilli, se se la prendono tanto con coloro che lo affermano.

Siamo provvisori. Non importa fino a quando. Fosse anche il nostro tempo brevissimo, fosse anche un istante, ciò che conta è che quell’istante sia buono, sia bello, sia vero, sia giusto.

Maggio 2012
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