Due fatti di cronaca: una strage di Galilei compiuta da Pilato, il crollo di una torre su diciotto persone. Aggiorniamoli: una strage di terroristi, un paese travolto da una frana o disastrato da un terremoto.
A chi la responsabilità?
I contemporanei di Gesù la attribuiscono a Dio: “Sono stati puniti perché erano peccatori”.
Anche noi siamo portati a pensare così. Non con le motivazioni degli ebrei - ma un po’ resistono anche dentro di noi -, ma perché: “Se lui può tutto, perché non ferma i terroristi e non impedisce le frane?”.
Gesù non la pensa così!
Se Dio infierisse in questo modo su di noi, sarebbe più cattivo dei padri umani. Invece lui è un Padre buono: corre ad abbracciare i figli che tornano a lui senza aspettare che gli chiedano perdono, ed è sempre pronto a chinarsi sui quelli che sono in difficoltà. Certo, se un figlio vuole stare lontano da lui, non lo va a prendere con la forza. Ci ha creati a sua immagine, liberi e responsabili, e non può smentirsi. Perciò, se vuole qualcosa da noi, ce la chiede, come a Mosé: “Va’ dal faraone per fare uscire il mio popolo dall’Egitto”. Se non accettiamo il suo invito e il suo aiuto, come quegli ebrei che, pur avendo camminato sotto la nube, pur avendo mangiato la manna e bevuto l’acqua sgorgata dalla roccia, avevano deviato dalla strada che portava verso la Terra Promessa, non si può dare la colpa a lui.
Come la pensa Gesù?
“Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Queste parole sono stranissime, irritanti. “Cosa c’entra la conversione con la strage di Pilato e il crollo della torre? Cosa c’entra la conversione con le stragi dei terroristi, i terremoti e le frane? In che modo la conversione può evitarci disgrazie e sofferenze?”.
Le parole di Gesù sono difficili da capire per il modo inadeguato e sbagliato con cui intendiamo la conversione. Essa non è smettere di dire le parolacce, o trovare un po’ di spazio per qualche preghiera o per qualche opera buona, ma accettare di collaborare con Dio nel costruire la vita così come lui l’ha pensata: senza miseria, schiavitù, grida di dolore. Convertirsi significa costruire torri che non crollano (case antisismiche, rispetto per il territorio, appalti puliti e onesti…), togliere la spada di mano a Pilato (combattere il terrorismo, prevendendone e sanandone le cause).
Convertirsi non vuol dire pregare Dio affinché provveda a toglierci le castagne dal fuoco, ma renderci disponibili a camminare con lui. La conversione è di abbandonare il proprio “gregge”, le proprie sicurezze, il proprio individualismo, e accettare di andare a liberare “il popolo”, il suo popolo: tutti i suoi figli.
“Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.
Le parole di Gesù, incomprensibili per i suoi contemporanei, non lo sono da meno per noi, abituati come siamo a lamentarci con Dio per le nostre disgrazie, e a dare la colpa agli altri per il male, la corruzione, il fango che ogni giorno i media ci sbattono impietosamente davanti agli occhi. Però non ci sono parole vere al di fuori di quelle di Gesù. È duro accettarle, ma non lasciano via di scampo: se vogliamo migliorare la nostra vita, renderla il più vivibile e serena possibile, dobbiamo convertirci e accettare il suo progetto su noi, sulla vita, sul mondo.
Convertiamoci, allora! Ogni giorno. Senza mai presumere di essere a posto, perché: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”. Senza, però, lasciarci scoraggiare dalle nostre stanchezze, dai nostri errori, dalle nostre incoerenze. Perché Dio è misericordioso e paziente. La parabola dell’albero di fichi che non produce frutti è consolante. Dio aspetta sempre un anno ancora. Purché accettiamo il suo concime e la sua zappa: cioè la conversione a lui.
PREGHIAMO
Aiutaci Signore!
Signore, aiutaci a lasciare il nostro “gregge”
quando chiami anche noi, come Mosè,
a liberare il tuo popolo, i nostri fratelli,
dalla “miseria, dal grido, dalle sofferenze”.
Signore, aiutaci a impegnarci ogni giorno,
per una vita più buona, più giusta, più bella;
aiutaci a non lamentarci del male,
ma a combatterlo in tutti suoi volti.
Signore, aiutaci a non cedere mai
alle nostre stanchezze e alle nostre incoerenze;
aiutaci a confidare sempre nella tua pazienza
e ad accettare “il tuo concime e la tua zappa”.