
Sono uno straccio, un fantasma che si trascina per le stanze della casa con il fardello della sua
coscienza sulle spalle, un peso quasi insostenibile... (dico quasi, solo perché il dovere chiama a rapporto continuamente, non conosce tregua).
Gli occhi sono di continuo attraversati da un’immagine sullo
schermo di un ecografo: una piccola camera, l’interno in bianco e nero di una minuscola camera vuota e muta. L’ospite di quella camera è stato trasferito altrove e al suo interno sono già state fatte le pulizie del caso.

Sul video, poco prima, un
ricurvo corpicino con un grande rumoroso cuore al suo centro. Un corpicino in crescita, ben aggrappato al suo tenero caldo nido,
un progetto di vita, un viso, un sesso (quale?), un’indole, già impressi; solo, per il momento, sconosciuti. Ci divide dal fugare l’ignoranza solo qualche misero insignificante mese, eppure ci divide, e il senso inverso di questo distacco è proprio la miccia del mio negarti la luce.
Sì, piccole mie, avete capito bene:
la mamma era incinta fino a ieri, e oggi, al compimento della nona settimana (hanno dovuto posticipare l’intervento perché mi son presa una brutta influenza, quasi che anche gli eventi casuali volessero darmi il
tempo di riflettere, di
ascoltarti vivere dentro di me e farmi cambiare idea), non lo è più! La mamma ha acconsentito a un
parto indotto e al conseguente raschiamento che, insieme, costituiscono la cosiddetta
IVG (interruzione volontaria di gravidanza).

La scelta è stata lucidamente presa di comune
accordo con il papà. Ricordo l’esatto momento, posso collocarne il luogo e l’ora, oltre a poter tracciare nella memoria visiva i contorni dei nostri volti sconcertati eppure impassibili, come di due colleghi che debbono deliberare frettolosamente le voci del bilancio per l’anno economico a venire, al fine di non far fallire la propria ditta.
L’appuntamento post
test di gravidanza positivo e post lavoro di ciascuno di noi due si è tenuto sotto il portico d’accesso all’ambulatorio del nostro medico di famiglia, in una sera brumosa, umida di nebbia. Pochi ritmici passi, gli unici a parlare, lungo la scala di freddo marmo bianco che precede l’ambulatorio e i due sconosciuti che, miseri, gettano le fondamenta della loro definitiva distruzione…: “Dottore, ci aiuti…” “Prego, cari…”…
Da
La camera vuota, di Maria Elena Sacchini, pp. 13-15, Paoline 2012.

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PDF del 1° capitolo del libro
Il grido senza tempo