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Io, e la mia anima
“La sua casa è la mente, la mia il cuore. Le sue stanze hanno pareti grigie, le mie gialle. La mia casa è modesta, ma si sta bene, perché ognuno può fare quello che gli piace senza preoccuparsi del giudizio degli altri…”

Io e la mia anima - Foto di Laura Sambo


La incontrai un pomeriggio d’autunno, seduta su una panchina. Era magra, con i capelli lunghi e ricci e mi guardava triste. Sembrava mi stesse aspettando. Aveva qualcosa di familiare, ma non so dire cosa. Quando mi sedetti e sorrisi, come faccio di solito quando occupo un posto vicino a qualcuno – in treno, in aereo, in autobus –, lei fissò i suoi occhi marroni nei miei e lasciò scendere copiose lacrime.
Rimasi disarmata davanti a quel dolore e le chiesi se potessi fare qualcosa per aiutarla.
“Oh, sì che puoi”, disse con tono dolce e risentito al tempo stesso. “Non mi riconosci? Potresti almeno chiedermi come sto, dopo tutto questo tempo…”.
“ Scusi, non credo di conoscerla, deve avermi confusa con un’altra”.
“Come sei cambiata… eppure ti voglio bene come il primo giorno, come quando sei nata, o hai mosso i primi passi… “.
La guardai stupita. Mi stava prendendo in giro? Quasi m’avesse letto nel pensiero, aggiunse: “Sono la tua anima, quella che non ascolti quasi più. Non mi hai riconosciuta, eppure un tempo eravamo amiche”. Si asciugò le lacrime e continuò a fissarmi. “La mia anima? Ma cosa sta dicendo?”, replicai infastidita.
“Mi lasci sempre in disparte, ti do consigli e nemmeno li ascolti, ti mostro gli alberi, i fiori, i cieli azzurri… e tu preferisci sempre altro”.
La guardai ancora più perplessa. “Non è vero che non amo i fiori, il cielo, il mare”.
Poi mi chiesi perché stessi perdendo tempo con quella sconosciuta. “Lo so che sei una persona sensibile, e infatti ero convinta che la mia vicinanza ti avrebbe fatto cambiare, invece sei ricaduta negli stessi errori”. Quindi proseguì, con un filo di voce: “L’amicizia con lei è più gratificante, vero? Lei è forte, va dritta per la sua strada e sa sempre quello che vuole”.
“Lei chi?”, esclamai sgranando gli occhi. “La ragione. La mia nemica e, a quanto sembra, la tua migliore amica”. Provai una fitta al cuore, cosa voleva dire esattamente? “Sei così presa dalla frenesia di tutti i giorni che nemmeno ti sei accorta di aver percorso tutti questi chilometri nella direzione sbagliata”, sentenziò.
“Nella direzione sbagliata?”. “Prima ti fermavi a guardare un albero fiorito, sorridevi a un gattino per strada, piangevi se il dolore ti saliva alla gola, eri felice quando qualcuno ti diceva che ti amava… Poi hai seguito le chimere che ti ha mostrato l’altra, la ragione, e ti sei persa”. Continuai a osservarla allibita, mi davano fastidio i suoi rimproveri. Dove voleva arrivare? E poi, chi era veramente? “Perché mi sarei persa?”, dissi con tono strafottente.
” Perché chi corre troppo e si affanna, entra in un vortice che genera altre corse e altri affanni. Intanto il tempo passa, la vita ti scorre davanti come in un film e tu vai al cinema senza accorgerti che quella vita è la tua”. Rimasi in silenzio, inebetita. Quelle parole stavano aprendo delle ferite. Avrei voluto andarmene, ma lei mi bloccò. “Almeno per una volta, resta ad ascoltare quello che devo dirti. Poi, se vorrai ritrovarti in gabbia, fai pure”, fece con sguardo supplichevole. Desideravo che la smettesse di rimproverarmi e al tempo stesso sapevo d’aver bisogno delle sue parole.


Vai dritta per la tua strada - Foto di Laura Sambo “Sei testarda, ostinata, vai dritta per la tua strada e non ascolti”, disse d’un fiato, per paura di essere interrotta. Poi continuò, più sicura: “Non te ne rendi nemmeno conto ed è per questo che sono qui ad aiutarti. Se avessi seguito la mia nemica consapevolmente, ti avrei lasciata lì. Ma tu la segui come fa il topolino col pifferaio magico.
Ti farà percorrere sempre la stessa strada, intorno a te stessa, facendoti credere di portarti lontano. Non ricordi di esserti già seduta su questa panchina?”.

La guardai con fare interrogativo. Lei proseguì. “Avevi corso tutto il giorno per lavoro e ti eri fermata qui prima di tornare a casa. Cercai di mostrarti una bellissima farfalla, celeste e bianca, ma tu non la vedesti. Anzi, guardasti l’orologio dicendo ‘com’è tardi, devo scappare’. È in quel momento che ho capito che non sarebbe stato facile. Ma ti ho aspettata qui”.
“Sei rimasta qui ad aspettarmi? E per quanto tempo?”, chiesi sconcertata.
“Qualche anno”, disse calma. “Ho studiato le mosse della mia nemica, ho voluto capire i suoi punti di forza e quelli di debolezza. Tu l’hai messa sempre su un piedistallo. Ogni volta che hai dovuto fare scelte importanti hai consultato lei, persino per le decisioni sentimentali hai dato ascolto a lei. Ti ha messo a disposizione la sua casa, la mente, ha lasciato una stanza tutta per te. Non sapevi che c’era una stanza anche da me?”.

“Sei sempre stata così debole, così fragile…”, replicai titubante, quasi per giustificarmi, “ho avuto paura che seguendo te, al primo fruscìo di vento sarei caduta. Tu cammini sempre sul filo dell’equilibrista, mentre la sua strada è larga e asfaltata”.
“Sì, ma la vita è anche incertezza, cadute… e risalite. Perché sotto il filo c’è sempre una rete. Io non faccio mai morire chi mi segue. Invece, alla fine di quella strada asfaltata, dove viene voglia di correre, può esserci un incidente. E la morte”.
“E tu quale stanza avevi per me?”, domandai.
“La sua casa è la mente, la mia il cuore. Le sue stanze hanno pareti grigie, le mie gialle. La mia casa è modesta, ma si sta bene, perché ognuno può fare quello che gli piace senza preoccuparsi del giudizio degli altri. Ci si può abbracciare e trovare forza rigenerante, senza paura di essere traditi. Si può amare, ma bisogna avere l’umiltà di cadere… “.
“Tu consideri le cadute come un gioco inoffensivo, ma quando ero con te sono caduta varie volte, e la rete non mi è sembrata così morbida…”, dissi con una punta di ironia.
“Però ti sei rialzata e sei tornata a camminare. Meglio camminare e cadere che non muoversi per paura di cadere. Non vedi i bambini? La prima volta che salgono su una bicicletta cadono, e anche la seconda, forse anche la terza. Ma al quarto tentativo corrono felici, perché fa parte della vita. Tu sei impaziente, hai paura di perdere tempo e poi magari trovi un passaggio a livello che ti costringe a restare ferma. Se continuerai a seguire lei, perderai le cose belle della vita”.
Ormai non piangeva più. Però mi accorsi di piangere io. Lei mi lasciò fare. Prese dalla borsa un foglio di carta e cominciò a piegarlo, più e più volte, realizzando una bellissima farfalla. Incurante delle lacrime, aprì il palmo della mia mano e vi depositò la sua creazione. “Ti piace? L’ho fatta con la tecnica origami, l’arte giapponese della piegatura della carta. Non si usano né colla né forbici, la materia è lasciata libera di generarsi e rigenerarsi più volte. Potrai guastare la farfalla e creare un fiore di loto, o un colibrì, o una gru. Un po’ come il ciclo della vita… ogni momento è un nuovo inizio… “.
“Cosa dovrei fare?”, chiesi con un nodo alla gola.
“Con me hai sofferto, ma non sei mai stata disperata. Sei come una pianta a cui manca la clorofilla, devi scegliere di nuovo il sole, se non vuoi morire. Ti ho aspettata su questa panchina perché sapevo che lei, la ragione, avrebbe fatto un errore: nel suo proseguire circolare, prima o poi ti avrebbe ricondotta qui, al punto di partenza, con l’abilità di farti credere che fosse un punto d’arrivo. Se non ti avessi aspettata, non te ne saresti accorta. Ma ho sofferto per te, e anche per me”.
“Per te?”, chiesi ancora.


Mi hai lasciata in un angolo - Foto di Laura Sambo“Mi hai lasciata in un angolo e io invece voglio vivere, voglio liberarmi dalle catene che mi hai messo e liberare te dalle catene invisibili che ti sei messa. Hai fatto tutto da sola, te ne rendi conto?”.
Provai a ribattere. “E lei, la ragione, perché vorrebbe la mia infelicità?”.
“Lei non sa di provocare infelicità. È solida, determinata, sceglie sempre la cosa giusta. Ma giusta per chi? Risolve quesiti, trova soluzioni e apparentemente non ci sarebbe alcun motivo per non sceglierla. Ma noi non siamo robot, siamo molto di più. E tu lo sapevi. Tu disegnavi fumetti, scrivevi racconti, inventavi la vita, entravi e uscivi tra le fiabe e la realtà. Eri così carina…”.
“Ho avuto paura. La sensibilità è un’arma a doppio taglio, rende fragili. Se incontri la persona sbagliata può ridurti a pezzi in un attimo. Con lei invece mi sono sempre sentita forte, ho controllato le mie emozioni, ho messo muri invalicabili…”.
“Così invalicabili da restarci prigioniera”, proseguì con una voce da grillo parlante che in altri momenti avrebbe suscitato la mia rabbia. Ora, invece, avrei voluto abbracciarla.
“Perché non mi abbracci?”, disse. Rimasi di sasso. Leggeva continuamente nei miei pensieri.
“Mi sentirei stupida”.
“Sei stata così stupida finora…”, replicò guardandomi dolce. Sorrisi, asciugandomi le lacrime.
Ci alzammo dalla panchina e cominciammo a camminare, senza meta.
Entrammo in una favola, poi andammo a visitare un museo, accarezzammo la corteccia di un albero centenario e salutammo un merlo, raccogliemmo una conchiglia dalla spiaggia, arrivammo in Russia e poi in Cina. Infine corremmo a casa per la cena, perché s’era fatto tardi e non avevo mai guardato l’orologio. Mangiammo parole e spaghetti e ci addormentammo su un letto di cartapesta.
Da quel giorno non ci siamo più lasciate.
Io, e la mia anima.



La panchina di Giovanna Renzini, in CARTOLINE DALL’ANIMA, Paoline Editoriale Libri, Milano 2010, pp. 9-22.







A cura della redazione
www.paoline.it
Voce: Antonella Mattei

Brano musicale:
I colori dell’anima di Fabrizio Palma, da I COLORI DELL'ANIMA, Paoline Editoriale Audiovisivi, Roma 2004.
FABRIZIO PALMA
COLORI DELL’ANIMA (I)
CD:
13,00 €
Destinatari: TUTTI
GIOVANNA RENZINI
CARTOLINE DALL’ANIMA
Racconti
LIBRO:
12,00 €
Destinatari: TUTTI
Racconti che esprimono valori, sentimenti, emozioni che sono in ciascuno di noi ma che spesso non emergono, immersi in una società che predilige l’apparenza alla sostanza.
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