 | Il “corpaccione”Giuseppe de Rita lo chiama il corpaccione, il grande unico ceto di operai e borghesi grandi e piccoli, dalle tute blu alla classe dirigente, l’immenso magma sociale con stili di vita, gusti e disgusti, usi e consumi ormai omogenei per via della stagione del benessere che ha caratterizzato i ruggenti anni 80 e 90. Oggi il corpaccione scivola lentamente verso il basso. Lo spiega bene il IX rapporto sulla povertà a cura dell’Osservatorio diocesano della Caritas di Milano: la crisi ha ridisegnato la mappa della povertà e ha trovato alcune sottospecie del “corpaccione” assolutamente fragili e indifese ai colpi della perdita del lavoro: precari, artigiani, liberi professionisti, persino dirigenti e manager. Il nostro Welfare, calibrato per occuparsi di pensionati e lavoratori dell’industria è assolutamente vecchio e inadeguato, servirebbero nuove formule e nuove tutele per chi è escluso dagli ammortizzatori sociali classici. Tra le proposte dell’Osservatorio c’è quella di un reddito minimo garantito, in grado di sostentare le famiglie colpite dalla disoccupazione, anche quelle non inserite nelle categorie classiche di impronta operaia e impiegatizia. Una protezione sociale presente in tutti i Paesi dell’Europa a 15 (dunque esclusi i Paesi dell’est) a parte Grecia e Italia. Ma che nel nostro Paese non è mai arrivato per la paura di disincentivare l’occupazione. Peccato che sia stato sostituito con redditi minimi garantiti sotterranei, specialmente al Sud: pensioni di invalidità, lavoro nero, piccole rendite, impieghi inutili nello Stato e nel parastato.
Con la crisi questo sistema non tiene più.
1 ottobre 2010
[Francesco Anfossi] |