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Vivere la benevolenza

Pubblicato in Cura dell'altro
Scritto da  Rocco Quaglia
26 Mag 2015

La benevolenza non è un generico voler bene all'altro né un tentativo di amare l'altro, ma è vedere il bene in ogni cosa, vedere Dio all'opera in ogni persona, poiché Lui è tutto in tutti. La benevolenza si espone all'altro come un fiore alla tempesta: la tempesta passa, il profumo del fiore resta.

Ha un senso parlare di benevolenza oggi? Viviamo in un mondo in cui la violenza, la corruzione e l'egoismo toccano derive, che erano un tempo impensabili. Proporre una riflessione sulla benevolenza agli autori di ingiustizie sarebbe come seminare tra le onde del mare, o come spiegare la «verità» a Pilato. Tutti costoro di fronte alla sfida di vivere la benevolenza potrebbero al più reagire con un «benevolo sorriso».

Proporla invece a chi, impotente, è costretto ad assistere alla distruzione di tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato (cfr Fil 4,8), potrebbe apparire addirittura un atto irriguardoso quanto inutile.

Tuttavia, Vivere la benevolenza è una sfida per tutti; vuole essere, infatti, una provocazione per gli uni, e un incoraggiamento per gli altri. Vuole provocare, non per irritare, ma, al contrario, per eccitare a una sana gelosia, - ricordando la pace, l'onestà, la generosità - quanti ancora avvertono la nostalgia delle cose vere della vita. D'altra parte, vuole anche incitare, chi per natura è benevolente, a restare saldo nei suoi pensieri e nelle sue azioni.

C'è una sfida ideologica oggi che è contro ogni significato; si cerca, infatti, di togliere senso alla creazione, alla vita, alla famiglia, all'uomo. La reazione non può avvenire che su un piano di testimonianza, dimostrando che è ancora possibile essere testimoni, mediante la benevolenza, dell'intrinseca amorevolezza di tutte le cose. L'uomo è stato abituato, per un condizionamento egocentrico, a pensarsi in competizione e non in comunione con gli altri. Permane, tuttavia, la consapevolezza di un valore dei comportamenti che può essere misurato soltanto dall'accettazione, nella propria vita quotidiana, dell'altro come significato di quel che siamo.

Vivere la benevolenza è, pertanto, un invito a vivere a oltranza quei sentimenti di equità, di compassione, di compartecipazione e di condivisione, che rendono la vita piacevole e degna di essere vissuta. L'inizio di tutto questo avviene prendendo coscienza che anche noi siamo «l'altro», e che dobbiamo mostrargli rispetto, mettendoci un po' di gentilezza con chi ci vede come «l'altro» da sé. Non si tratta allora di proporre un metodo, o una pratica per diventare benevoli, né basta confrontare la benevolenza cristiana con quella di altre correnti religiose, in particolare orientali.
La benevolenza è frutto dello Spirito, è l'esito di una trasformazione generata dal bisogno innato che ognuno ha dell'«altro»... questo ci è chiesto di ricordare. E io ho provato a farlo scrivendo...

Se lo desideri possiamo parlarne, incontrandoci attraverso le pagine il mio libro Vivere la benevolenza, Paoline 2015.

Rocco Quaglia, psicologo e psicoterapeuta, è professore ordinario di Psicologia dinamica all'Università degli Studi di Torino. Tra i suoi interessi compare lo studio per il testo biblico considerato da un punto di vista psicologico. In tale ambito le sue ultime pubblicazioni sono: Gli incontri di Gesù (2006); Dalla parte della Bibbia. La risposta di uno psicologo cristiano a un matematico impertinente (2011); Il Mistero di un volto. L'uomo della Sindone e il significato del dolore (2015). Con Paoline ha pubblicato: Le «piccole» donne dei Vangeli (2014).

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