
Le rivolgo le domande che Lei stessa si pone nell’Introduzione del volume: Come può una donna entrare nell’universo maschile e come può una suora parlare in maniera autorevole dei padri?
La risposta è semplice, il mio essere figlia mi autorizza a parlare del padre con gli occhi di chi ne ha un’esperienza personale. Da un lato quindi l’esperienza universale della figliolanza è già una traccia dalla quale tessere una trama che attinge autorevolezza dal fatto umano. A questo si aggiunge l’esperienza mutuata dal mio essere suora, dal mio servizio che è in parte assorbito dall’azione educativa verso tanti giovani e adolescenti, nonché dall’ascolto di tante coppie, di persone che mi raccontano le loro vicende che il più delle volte riguardano proprio le dinamiche della coppia o della genitorialità.
La competenza nasce dunque primariamente dalla riflessione, dal “serbare nel cuore” la mia e la vicenda umana di tanti. Non è estraneo certamente al mio approccio, l’incontro con la figura di san Giuseppe, quel meraviglioso padre che mi ha concesso di riassumere, di sistematizzare potrei dire, le linee esistenziali emerse dalla’esperienza. La sua vicenda è stata il tessuto teologico sul quale ho dipanato tutte le altre storie che ho presentate nel volume. Sono comunque molto felice del fatto che sono molti i padri, gli uomini, che mi scrivono per dirmi come si siano sentiti compresi, come si siano riconosciuti nei ritratti che ho offerto nel testo.
Nel contesto attuale lei vede una sorta di smarrimento e di assenza del padre, per contra, una presenza della madre, sostitutiva del padre. A cosa è dovuto tutto ciò? È un sovvertimento di tipo culturale, un fenomeno transitorio dovuto alla pigrizia di una generazione di maschi troppo coccolati? Oppure…?
Le cause di questa sorta di matriarcato che viviamo sono molteplici. Una di queste è stata senz’altro un certo femminismo che ha pensato l’uomo come inutile, dannoso perfino, per la donna. Un femminismo astioso e acido che ha defenestrato l’uomo dalla casa coniugale. Un’altra causa, più complessa, è la crisi dell’autorità che si è fatta strada nel corso dei secoli raggiungendo il suo apice nella crisi del ’68. Il padre regge o cade con l’autorità che, si badi bene, non deve e non può mai essere autoritarismo. Fenomeno post-moderno, infine, la liquidità del confine tra i generi sessuali, una diffusa incompiutezza di genere, un tentativo riuscito di rendere fluidi i confini del femminile e del maschile non aiutano certo la costruzione di personalità definite capaci di essere padri (e madri) a tutto tondo. Non credo, purtroppo, sia un fenomeno transitorio, dovremo aspettare un po’ prima di vederne appieno gli esiti mortali per invertire la rotta.
In che rapporto pone la genitorialità, la paternità e l’autorità? Si è figli di una coppia, non di un uomo o di una donna privi di una relazione costitutiva con il proprio “partner”, si è a partire da una unità duale che corrisponde ai coniugi. Il figlio vive dell’amore che lega il padre alla madre. Da questo amore, da questo legame egli può interpretare se stesso e il mondo. La genitorialità è espressione della coniugalità, così come il modo con il quale la moglie si relaziona con il marito e questi con lei, definisce la paternità che non è altro che l’espressione familiare del carisma di autorità
Ha usato molte figure bibliche per illustrare la complessa funzione della paternità. Un bel percorso solo per lettori cristiani oppure pensa siano suoi interlocutori anche quei padri che non si riconoscono in particolari etichette religiose?Davide, Iefte, Giuseppe, sono prima che personaggi biblici, semplicemente uomini impegnati nell’avventura della paternità e della figliolanza. La loro vicenda è comprensibile per tutti proprio perché sono fatti “di carne”, sono alle prese con sentimenti e problemi umanissimi, che li rendono nostri fratelli e contemporanei. I loro fallimenti, le loro soluzioni “azzeccate” sono un paradigma dell’umana paternità capace di parlare a chiunque indipendentemente dal proprio rapporto con il divino.
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24 Marzo 2007