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Interviste
       
Autore
[FRANCESCO BELLETTI]
Convivenze e matrimonio cristiano
Tra realismo e annuncio di fede
17 Giugno 2009
Le coppie conviventi pongono alla Chiesa una questione tipicamente pastorale: come annunciare l’amore in un mondo che cambia? Paola Fosson ha rivolto alcune domande a Francesco Belletti, sociologo e direttore del CISF (Centro Internazionale Studi Famiglia) di Milano, il centro culturale del settimanale Famiglia Cristiana, e uno degli autori della pubblicazione.
   

E’ possibile ipotizzare una tipologia dei motivi e delle forme che assumono oggi le convivenze in Italia?
Una sintetica tipologia dei motivi e delle forme che assumono oggi le convivenze in Italia può articolarsi su:
a) la convivenza come “matrimonio non ancora perfezionato”: un uomo e una donna decidono di vivere insieme condividendo in pratica i diritti e i doveri dell’istituto matrimoniale, anche nei confronti di eventuali figli, perché non possono (ad esempio in quanto già sposati e non ancora divorziati) legittimare la loro posizione, anche se pensano di “regolarizzarla” appena legalmente liberi. Qui non si contesta il matrimonio, ma si adotta la situazione di fatto come transitoria, in attesa di poter fare il matrimonio;
b) la convivenza come “prova”: un uomo e una donna si mettono insieme per “sperimentare” la loro relazione, per saggiarsi e adattarsi reciprocamente, in vista di un ideale di coppia  che vogliono “riuscita”; temendo di sbagliare nella scelta del partner, si prendono un periodo di convivenza per assicurarsi che essa possa funzionare come desiderano e/o si aspettano;
c) la convivenza come “scelta”: un uomo e una donna scelgono la convivenza libera come condizione stabile di vita, ossia come progetto di vita che non prevede di legalizzare l’unione con il matrimonio. Naturalmente le motivazioni (psicologiche, materiali, ideologiche, ecc.) possono essere assai diverse e complesse.

Dal punto di vista della “cura pastorale”, soprattutto la seconda tipologia è ormai presente in misura crescente e diffusa anche all’interno dei percorsi di preparazione al sacramento del matrimonio cristiano, chiedendo una forte modifica delle metodologie, dei contenuti e dei percorsi formativi.

Quando si parla di “pluralizzazione” della famiglia, che cosa si intende dire?
La differenziazione delle forme e strutture familiari (o “pluralizzazione”), di cui la crescente presenza di coppie di fatto è un aspetto rilevante, è certamente un dato del contesto odierno, anche se una pluralità di forme familiari di fatto è sempre esistita, e forse più nel passato che nel presente, ad esempio per l’elevata mortalità delle madri, che causava spesso padri vedovi con figli molto piccoli, che in genere si risposavano, generando quelle che oggi si chiamano “famiglie ricostituite”, e che un tempo definivano “matrigne” e “patrigni” di dubbio affidabilità.
Tuttavia la pluralità che oggi si reclama è inedita sia perché le odierne “forme di fatto” (famiglie o coppie) sono altamente dinamiche, interattive, mutevoli; sia, soprattutto, perché chiedono riconoscimenti pubblici e “inclusioni” nelle istituzioni di sistema (diritti – molti - e doveri – pochi… - di cittadinanza) che le precedenti non richiedevano. In effetti, la cosiddetta “pluralizzazione” della famiglia è, in gran parte, un mito per almeno tre ragioni sostanziali: primo, perché l’ideale della famiglia rimane lo stesso, in quanto modello più desiderato; secondo, perché quelle forme che spesso vengono chiamate «nuove famiglie» altro non sono che condizioni familiari dovute alla rottura e alla frammentazione della famiglia normo-costituita, definita in base alla piena reciprocità fra i sessi e fra le generazioni; terzo, perché le «unioni libere» (in tutte le loro forme) non sono una alternativa o un equivalente funzionale della famiglia, ma un altro tipo, sostanzialmente differente, di relazioni primarie.

Chi decide di sposarsi, normalmente lo fa perché crede di essere pronto per condividere, come coppia, un progetto di vita. Può l’opzione della convivenza racchiudere anch’essa questo sguardo ampio sul futuro?
Difficilmente l’opzione della convivenza rafforza il progetto sul futuro, tanto più nella situazione odierna, in cui tutte le coppie, specialmente quelle giovani, si trovano in una condizione di precarietà economica, sociale, abitativa, relazionale, che diventa una dimensione costante delle loro esistenze. Manca la capacità di pensarsi in un tempo e in un rapporto che sia diverso da quello del momento presente, perché il cambiamento non trova uno spazio di pensiero. In una condizione di vita generalmente precaria, connotata dalla mutevolezza e dal cambiamento, l’opzione della convivenza quale forma di legame di coppia raramente sembra rientrare all’interno di un progetto di vita, fatto di scelte ragionate e consapevoli, frutto di un percorso intenzionale e di una decisione capace di avere uno sguardo ampio sul futuro. Emerge piuttosto una concezione della convivenza come processo spontaneo, come qualcosa di naturale, che viene da sé, che non ha bisogno di cure e di pensieri, ma si sviluppa con una sorta di autonomia propria, quasi “per inerzia”, senza una “decisione”, un cambio radicale, quale è invece la scelta di “sposarsi”,

Molti sono i fattori che rendono difficile la costruzione di un progetto di vita per i giovani di oggi:  fattori socio-strutturali esterni, come la difficoltà di entrata nel mondo del lavoro, la difficoltà di trovare casa, i costi per una nuova famiglia, ma anche fattori relazionali familiari, come la resistenza nel distacco dai genitori, la difficoltà di progetto autonomo, l’adozione di strategie di “rinvio” su diverse scelte importanti (matrimonio, ma anche primo figlio, progetto professionale personale, ecc.). Non si tratta, dunque, solo di una “non scelta” personale o di coppia, per paura o incertezza, ma anche di un nuovo “patto relazionale familiare” stretto tra genitori e figli adulti nella famiglia di origine e fortemente condizionato da un contesto sociale che “non investe” nelle nuove famiglie.

La scelta della convivenza sembra inoltre avere basi quasi esclusivamente passionali, istintive. Ben pochi se la sentono di “scommettere” oggi per tutta la vita; perché impegnarsi, perché indebitarsi relazionalmente, soprattutto quando c’è di mezzo l’amore? In questo caso emerge tutta l’ambiguità e la falsità di un certo modo di concepire e di “educare” all’affettività, proposta come il luogo dell’istintività, dell’immediata soddisfazione dei propri sentimenti, che non può né deve essere vincolata da altri criteri. Questa “istintività irrazionale dei sentimenti” indebolisce la capacità progettuale degli affetti (anzi, la giudica negativamente), esponendo le persone all’anarchico “sentimentalismo” di relazioni usa-e-getta; essa inoltre contribuisce ad alimentare un’idea di sessualità assolutamente meccanica, legata solo alle pulsioni e ai propri bisogni istintivi (“Ne ho voglia, ci vogliamo bene, perché no?”), e totalmente slegata dal significato dei gesti, dal senso delle relazioni, dal progetto di vita, che non può non essere una “alleanza tra passione e ragione”. 

 
Pietro Boffi (a cura)
Convivenze e matrimonio cristiano
Tra realismo e annuncio di fede

Hanno Collaborato: G. Anfossi, F.Belletti, P. Boffi, L. Bressan, A. Fumagalli, G. Grandis, S. Nicolli.



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