Che tipo di lotta è stata quella di Don Peppe Diana?
Don Diana si è speso per anni nel tentativo di fare prendere coscienza alla comunità dell’aversano che la camorra è come una dittatura, una dittatura che va contro la dignità delle persone e contro il Vangelo. In questo ha coinvolto anche altri sacerdoti, e voleva che tutta la chiesa campana si coinvolgesse in un processo di liberazione e di profezia.
Perché, specialmente in certe zone, ma un po’ dappertutto, quando i sacerdoti parlano di legalità, di giustizia, danno fastidio? Perché vi è ancora il prevalere di una concezione dell’essere cristiani e chiesa di “doppio binario”: a noi sta il parlare di cose spirituali, allo Stato del resto. Vi è poi che l’annuncio di legalità ti crea persecuzioni, contrasti, ti toglie dalla routine quotidiana. Si dice che parlare di legalità porterebbe a “fare politica”. E così si evita di compromettersi nei processi di liberazione, non trascurando, però, di fare politica, quando vi sono interessi, convenienze e/o “modelli” culturali da difendere.
Il suo libro riporta eventi, testimonianze, stralci dei processi e la voce della stampa dell’epoca, ma parla anche dei silenzi della chiesa italiana su questo prete. Perché questo silenzio? La chiesa, con delle eccezioni, in un primo momento ha agito sul piano della “prudenza”, anche quando circolavano “voci” contro don Peppe, per depistare e per infangarlo. Poi, anche dopo i processi, ha continuato a dimenticarlo, perché farne memoria significherebbe farsi convertire dal modello di essere prete, cristiano e chiesa di don Diana. Il suo essere giovane, amante della libertà e del vangelo della libertà, forse per alcuni è stato uno scandalo. Ma anche Gesù è stato scandaloso. Come per Gesù, anche nel caso di Diana la memoria ha un “costo”. Significa rimettere in discussione tanti modelli di sacrestia, lontani dalla strada dove le persone incontrano il Vangelo di Gesù. Forse modello di don Diana forse non “serve” in questo momento storico. Forse non “entra” nell’ingranaggio di certi equilibri ecclesiologici ma anche politici. Ed invece va ripreso perché può aiutare la chiesa a rendere testimonianza concreta nel nostro contesto culturale e sociale odierno.
Sono passati parecchi anni da quel 19 marzo 1994. Oggi è cambiato qualcosa nella zona dove Don Peppe è stato parroco; è cambiato qualcosa nel cuore della gente per la quale lui ha lottato? I suoi amici continuano la linea tracciata da don Peppe insieme ad altri. Le persone semplici sanno che lui è stato un martire del Vangelo della libertà e della verità. Gli scout lo ricordano con venerazione in tutto il Paese. Tanti laici non credenti hanno incontrato attraverso di lui un percorso di fede possibile e credibile. Nonostante tutto, la sua memoria vive.
Nel Vangelo Gesù dice che “non c’è amore più grande di chi dà la vita per coloro che ama”. In Italia e nel mondo ci sono vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose che hanno dato la vita, che sono stati uccisi per gli altri. Perché così presto vengono dimenticati? Vengono dimenticati perché abbiamo, in genere, tutti noi la memoria corta. Ma vengono dimenticati anche perché la loro memoria sarebbe insopportabile per il nostro quieto vivere di uomini e donne, di cristiani e di chiesa. Si preferisce lamentarsi nei corridoi e non salire “sui tetti” come chiedeva Gesù Cristo e come ha fatto don Diana.
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