“Alternativi e poveri”. Perché questo titolo?
Nasce da una analisi dell’origine della vita consacrata e dalla meraviglia suscitata in me dalla reazione di tanti giovani di fronte alla prospettiva di un modo diverso, meno soffocante, più evangelico, di vivere in questo mondo da cristiani. Vogliono essere “alternativi” al sistema, ma non scorgono nella vita consacrata questa possibilità di svolta. Vogliono essere pienamente cristiani, ma non vedono un convento come uno sbocco appagante del loro desiderio. La cosa mi stupisce perché la vita consacrata nasce proprio come “alternativa” ad un mondo che era centrato su forza, splendore, benessere, finendo per annacquare lo stesso messaggio di Gesù.
La vita consacrata è oggi un segno per la società?
Non sempre, non molto. La nostra povertà appare poco. Ancora meno il nostro stare dalla parte dei poveri, o l’essere quella “chiesa dei poveri” di cui parlava il Concilio. Non prendono sul serio la nostra castità, e vedono l’ubbidienza come una sorta di regime organizzativo un po’ aziendale. La confusione che regna in tante Congregazioni e Ordini religiosi, ha impedito di fare delle scelte che “parlassero” chiaramente a questa nostra società per molti versi inedita. Non bastano risposte antiche (e venerabili) a domande nuove.
I conventi sono privi di forze giovani, come si può parlare di aurora , di cose nuove?br>Quando un Istituto religioso nasce, c’è un uomo, una donna, illuminati da un “carisma” donato dallo Spirito alla Chiesa. Questi singoli hanno trovato pochi “compagni”; non ci sono folle all’inizio. La forza di questo progetto che sa di futuro, che è impregnato di fede e speranza, raccoglie attorno a sé forze giovani. Bisogna davvero “rifondare” la vita religiosa, trovare nuovi fondamenti non tanto nelle motivazioni evangeliche, quanto nelle risposte da dare al mondo che è chiamato a divenire “regno” ma che sembra ingessato in risposte antiche (anche gloriose) ma oggi inutili, sorpassate.
Cosa si aspettano gli uomini e le donne di oggi dai religiosi e dalle religiose?
Una analisi intelligente e profetica della realtà attuale. La percezione che questo mondo lo si può amare in pienezza perché ha una speranza di vita. La testimonianza che le persone vengono prima delle cose, l’amore prima della forza, la tenerezza prima della giustizia, gli affetti e l’uomo prima del mercato. Si aspettano un segno che si può essere pienamente uomini e pienamente cristiani senza odiare il mondo. Si aspettano testimonianza di fedeltà radicale al vangelo ed alla propria umanità. Un convento dovrebbe essere un microcosmo che raffigura il cosmo: mondo di accoglienza del diverso, di dialogo, di amore gratuito. Se non nel convento, dove trovare gente che “crede nell’Amore” fino in fondo?
La vita consacrata di oggi è diversa da quella di ieri? In che cosa?
L’epoca delle grandi opere è tramontata. La “grandezza” ha finito di essere motivo di credibilità. Non ci sono grandi numeri negli Ordini religiosi. Tanti “carismi” sembrano non avere più senso nella chiesa e nel mondo. Ma sembra che sia venuto meno un clima di vera adesione al vangelo (nella vita personale e comunitaria), di innamoramento sincero ed autentico al Cristo. Questo fenomeno forse è collegato con il fatto che spesso si percepisce come tramontato, desueto il modo con cui prima si era fedeli al Cristo e all’uomo. Non trovando l’Istituto vie nuove, diverse per rispondere alla chiamata, si è ingenerato una sorta di rilassamento anche nella vita personale. Così anche i “carismi” particolari dei vari Istituti hanno perso splendore ed attualità. Così ci si è “omogeneizzati”, cioè ci si è resi insignificanti.
Lei parla di “religiosi, come persone di confine”. In che senso?
Siamo chiamati ad amare il mondo e il regno. Andiamo via dal mondo per restarci in modo più provocatorio e pieno. Prendiamo molto sul serio la terra, ma riteniamo che la storia deve portare questa umanità a diventare “Corpo di Cristo”. Non siamo creature dell’aut-aut. Questo è il dramma e la grandezza. Sconfiniamo da un mondo all’altro. Patria la terra e patria il “regno”, ma mai pienamente di nessuno dei due se un termine esclude l’altro. Siamo dunque chiamati a vegliare perché la terra non dimentichi il cielo, ed anche perché il cielo non sia una astrazione che lascia gli uomini nel loro inferno. Non ci sarebbe speranza per l’uomo, in questo caso. Solo per le “anime”. Ma Dio ci ha voluto “uomini”, non angeli.
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