Narrazione e catechesi
La casa del racconto[Marco Campedelli]
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Qual è la nostra casa del racconto?
Ogni persona ne ha una.
Memoria, narrazione, compassione…
Sono le stanze della nostra casa.
Proviamo a visitare queste stanze
con i ragazzi,
in questo tempo pasquale.
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A questo punto del nostro percorso, è importante evidenziare alcune parole chiave che possano fissare il senso del cammino compiuto fin qui. Potrebbero essere: memoria, narrazione, compassione.
Immaginiamo il racconto come una casa. La casa ci richiama molti aspetti: è un luogo dove abitare e accogliere, uno spazio di relazione e di intimità. La casa ci parla di affetti, di legami, di parole e di gesti. La casa, in fondo, è anch’essa un racconto.
Pensiamo alle stanze di questa casa. Ne individuiamo tre: la stanza della memoria, la stanza della narrazione, la stanza della compassione.
Visitiamole insieme.
La stanza della memoriaÈ la prima. Per raccontare bisogna attingere dal pozzo della propria vita e della vita degli altri. La memoria deve essere coltivata, custodita e trasmessa. Nell’esperienza della fede, c’è una memoria fondativa, un memoriale (attraverso il quale l’Evento si rende «vivo», oggi, per noi) che sta all’origine del racconto. La memoria della liberazione, del passaggio del Mar Rosso costituisce il cuore del racconto del popolo di Israele.
Un evento che ha segnato la svolta nella sua storia di salvezza. Nell’esperienza della fede cristiana, al centro della casa, c’è la memoria della passione-morte-risurrezione del Signore Gesù.
Ricordiamo la consegna fatta nell’Ultima Cena: «Fate questo in memoria di me». Non dimentichiamo, poi, la stupenda pagina di Emmaus, dove i discepoli-pellegrini riconoscono Gesù nello spezzare il pane.
È una memoria rischiosa quella della Pasqua perché chiede un’adesione di vita. Non basta «ricordare», è necessario lasciarsi trasformare. Essa non è «una ripetizione all’indietro», quasi un’operazione archeologica, ma «un ricordare in avanti», cioè una memoria che dà senso pieno al nostro stare nel mondo e ci apre al futuro di Dio. In un tempo come il nostro, che tende a coltivare l’amnesia, le comunità dei credenti, come comunità di «memoria e racconto», sono chiamate a fare memoria dell’azione di Dio nella storia dell’umanità.
La memoria di Gesù si allarga a quella di tutti i crocefissi della storia (ieri Auschwitz, poi la Bosnia, il Rwanda; oggi l’India, il Congo; e domani?), dei piccoli del Vangelo. Essa ci richiama anche ai segni di risurrezione presenti nella vita del mondo e della Chiesa. Chi vive nella Chiesa il ministero del racconto deve nutrirsi del racconto della fede, fino a diventare egli stesso parte di questa memoria di Dio.
La stanza della narrazione
Il racconto permette alla memoria di restare in vita. L’atto della narrazione dà corpo alla memoria, le restituisce il suo respiro. La rende azione.
È la dimensione rituale del narrare.
Quando siamo convocati ogni domenica per celebrare l’Eucaristia, noi torniamo a raccontare, a celebrare questa memoria. Dio è una Persona da incontrare; il pane della vita è il segno più evidente della Parola fatta corpo. Gesù stesso è la parabola di Dio, il racconto di Dio fatto corpo, fatto volto. La narrazione getta un ponte tra l’Evento narrato e la comunità che lo narra e che diventa parte di questa storia salvata. La Chiesa si fa comunità narrante dove la Parola del Vangelo torna a farsi corpo, sguardo, nel misterioso intrecciarsi delle relazioni e delle vite.
Nella dimensione rituale del racconto avviene appunto una narrazione, ovvero la Parola ritrova il suo corpo nella comunità che la narra, l’annuncia, la celebra, la testimonia.
Narrando la memoria della Pasqua, impariamo a ricollocare le nostre biografie dentro la grande narrazione di Dio e a conoscere quanto il Dio del Vangelo sia attento ai «dettagli» della vita, alle sfumature delle storie e dei volti.
La narrazione della Pasqua di Cristo ci apre alla narrazione delle tante passioni, del martirio e della risurrezione che avvengono in tante comunità sulla terra. Questo ci fa sentire parte viva di un racconto che continua e ci domanda di dare corpo, respiro e sguardo al Vangelo che annunciamo. È il Regno di Dio che si srotola e si realizza nelle piccole comunità narranti. In questo racconto pasquale accolto e vissuto si anticipa la venuta del Regno, il sogno di Dio.
La stanza della compassione
Fare memoria, narrare questa memoria consente di guardare il mondo con gli occhi di Dio. Compassione è una parola chiave nella Bibbia: esprime il modo di sentire di Dio. Come una madre che sente muoversi nel suo grembo il proprio figlio, così il Dio della Bibbia sente muoversi, commuoversi le proprie viscere per tutti i suoi figli. Lo sguardo di Gesù è lo sguardo stesso del Padre, sguardo di compassione. Gesù sente una profonda compassione per gli uomini e le donne che incontra. Nella stupenda parabola del «buon samaritano» si esprime uno dei tratti più originali del volto di Dio, come colui che ha compassione, meglio, che è compassione.
La memoria raccontata e celebrata genera la compassione. Questa richiede la disponibilità alla conversione dello sguardo. In questo modo, noi ci prendiamo cura degli altri, prendendoci cura di Dio. Fare memoria della fede, raccontare la fede è un modo per prenderci cura di Dio. Ce lo ricorda Etty Hillesum, ebrea olandese, nel suo diario, prima di morire nel campo di sterminio di Auschwitz. In quel contesto oscuro e drammatico, scrive: «Una cosa, però, diventa sempre più evidente in me e, cioè, che tu non puoi più aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te e, in questo modo, aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio» (Diario [1941- 1943]).
Il cardinale Carlo Maria Martini, a Milano, in un discorso dopo la processione del venerdì santo, si domandava come vedesse Gesù la città dall’alto della croce e se assumere il suo sguardo non fosse il modo migliore per aprire gli occhi sulle ferite, solitudini e sui drammi della vita, ma anche sulle cose più autentiche e vere, presenti nella storia degli uomini. Uno sguardo di compassione, quello di Gesù, che potrebbe trasformare anche il nostro.
Ecco, dunque, «la casa del racconto». Abbiamo visitato le stanze della memoria, della narrazione e della compassione. Ora possiamo abitarle con cura e amore.
Possiamo renderle luoghi ospitali, accogliendo l’invito di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).
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