Esperienze
L’annuncio attraverso i new media
[Alessandra Gaetani]
Dalle grate del monastero
Il monastero di San Pietro di Sorres, in Sardegna, ospita i monaci benedettini che, essendo un ordine contemplativo, fanno vita ritirata, ma non di stretta clausura. La costruzione del monastero, che risale al 1950, è stata realizzata sui ruderi dell’antico Episcopio della Diocesi di Sorres (1120-1503).
Anche qui, ora, si trovano, però, computer e internet, e il monastero si presenta come un osservatorio del tutto particolare circa i nuovi media, strumenti attraverso cui la Chiesa può esercitare la diaconia della cultura nel continente digitale, così come ha affermato Benedetto XVI.
Chiediamo a padre Bruno Masala, che si occupa dei rapporti con gli ospiti, come l’ingresso dei nuovi media si è coniugato con lo stile di vita monastico: «Usiamo normalmente il computer per la scrittura e per tenere la contabilità. Da dieci anni, poi, abbiamo informatizzato la nostra biblioteca di 60.000 volumi circa. Abbiamo creato, inoltre, un sito internet www.sanpietrodisorres.it) per diramare le nostre attività e iniziative: corsi di esercizi spirituali, giornate mensili di spiritualità o di studio».
Come è noto, ogni momento della vita è scandito dalla Regola, ma san Benedetto, che pure ha lasciato precise indicazioni su come ci si debba comportare nel rapporto con il mondo esterno, non poteva certo prevedere lo sviluppo dei nuovi media. Come comportarsi, dunque?
«Per evitare di uscire, la Regola prescrive che il monastero sia munito degli spazi che lo rendano autonomo: forno, campi, vigna. La vita benedettina è prevista intra claustra monasterii (tra le mura del monastero); già in tempi remoti, tuttavia, gli stessi papi – tra cui Gregorio Magno, autore della Vita di san Benedetto – chiesero ai monaci di uscire per diventare missionari. Per questo san Benedetto è divenuto patrono d’Europa: i monasteri, infatti, furono a lungo centri di propulsione della fede, attività che è continuata fino al sorgere degli ordini mendicanti. I monaci lasciarono, così, ad altri i servizi diaconali, preferendo vivere secondo il trinomio: ora, labora et lege… intra claustra monasterii (prega, studia e lavora… entro le mura del monastero). I monaci benedettini, però, non hanno mai chiuso le porte ai loro fratelli e li accolgono in casa per esercizi spirituali e giornate di ritiro, permettendo loro di vivere qualche giorno come monaci ad tempus e di condividere uno stile imperniato sul primato di Dio: nihil amori Christi praeponere (nulla anteporre all’amore di Cristo), come recita la Regola».
Nuove modalità di evangelizzazione
I nuovi media offrono l’opportunità di sperimentare tanti modi di evangelizzazione e permettono di raggiungere molti, propagando dal monastero il particolare carisma di Benedetto: «Con internet le informazioni sono scambiate in tempo reale. Oltre ad essere reperibili sul nostro sito, sono anche inviate alle tante persone che chiedono di essere aggiornate sulle nostre attività e i programmi periodici. La comunità è composta di pochi fratelli e l’esiguo numero, al momento, non ci permette di intrattenere una vera e propria attività evangelizzatrice e catechetica attraverso i media. Tuttavia, qualcosa di concreto cerchiamo di farlo, anche soltanto inviando pagine a coloro che, attraversando un momento importante della vita, desiderano nutrirsi leggendo e meditando. In passato abbiamo collaborato, via internet, alla pubblicazione, sul settimanale della diocesi, di un’introduzione alla liturgia della domenica».
Tante possibilità, dunque, alle quali qualche volta possono corrispondere limiti e pericoli di cui essere consapevoli. Ma padre Bruno non ha dubbi: «Come per tutte le invenzioni, i problemi sorgerebbero nel caso in cui se ne facesse cattivo uso. Se sono utilizzati, invece, per il bene, con giudizio, criterio e moderazione da persone mature e responsabili, non possono essere un pericolo. Un rischio può essere rappresentato dalla tentazione di dedicare troppo tempo ai media o quella di perderci tempo.
È questione di maturità psichica e spirituale e chi sa farne un uso buono e moderato non può che ringraziare Dio di queste possibilità offerte, oggi, anche alla vita monastica benedettina. In passato i monaci non hanno avuto paura di trascrivere i libri, non solamente la Bibbia e i libri liturgici, ma anche i classici greci e latini. Se le sale di lettura dei monasteri hanno sempre ospitato quotidiani e riviste impegnate, non si vede perché non possano avervi cittadinanza anche radio, tv e internet. Bisogna farne uso intelligente e moderato, all’insegna anche del detto paolino: omnia probate, quod bonum est tenete (saggiate ogni cosa, tenete ciò che è buono)».
Farsi vicini
Che cosa è cambiato con il loro ingresso nella vita monastica e come riescono a cambiare il rapporto con coloro che sono fuori dal monastero?
«Con la posta elettronica si ha la possibilità di farsi carico dei problemi dei fratelli che vivono lontani e di rendersi in qualche modo utili, ricevendo e rispondendo alle richieste di vario genere. San Benedetto raccomanda all’economo di “dare almeno una buona parola al fratello che chiede qualcosa di materiale che non è in grado di dargli”. Questo si può fare su larga scala con tutti coloro che spesso si rivolgono a noi chiedendo aiuto, soprattutto preghiere e consigli. Dare “una buona parola” di speranza, di consolazione è senz’altro, oggi, un’opera di misericordia che anche ai monaci più nascosti può essere richiesta; è quel “bicchiere d’acqua”
che il Signore raccomanda di dare a chi lo chiede.
Tramite un computer è facile recapitare in monastero una richiesta di aiuto, un appello che, arrivando al server della posta elettronica, raggiunge il monaco più sconosciuto che lo legge e accoglie. Questo è importante: che ci sia sempre un fratello disponibile a offrire una buona parola. È un’opera di carità che, oggi, è sempre più richiesta e urgente».
L’amore nelle parole feconde di questi monaci, attraverso la rete virtuale, arriva davvero molto lontano.
Il linguaggio mediale per l’evangelizzazione
L’avvento dei nuovi media e di internet, in particolare, ha innovato e rinnovato anche il modo di evangelizzare. Nadia Bonaldo, suora paolina, ha lavorato prima alla redazione dei libri per poi passare alla direzione di Paoline editoriale libri di Milano. Oggi è responsabile del sito www.paoline.it. Dal «peso» della carta stampata alla «virtualità» del web, dunque. Cambiamenti che, innanzi tutto, chiamano in causa la vocazione di questa donna consacrata a Dio nella spiritualità paolina: «È tutto molto positivo e stimolante, anche perché l’attenzione alle nuove forme del comunicare, ai nuovi strumenti e ai nuovi linguaggi è nel DNA del nostro carisma paolino. Oggi l’evoluzione tecnologica è così veloce e in continua trasformazione che il rinnovamento non è mai finito, diventa uno status quotidiano. L’ammonimento del nostro fondatore, il beato Don Giacomo Alberione: “Vivete in continua conversione” può essere riferito non soltanto alla vita spirituale, ma anche all’atteggiamento nello svolgere la missione apostolica. Mai assolutizzare forme e linguaggi di un tempo. Ciò che rimane immutabile ma, nello stesso tempo, è sorgente di vita e creatività perché racchiude in sé una forza dirompente, è il contenuto, il Vangelo di Gesù Cristo».
Si sente parlare tanto di nuove sfide pastorali e la Chiesa è impegnata nella ricerca dei modi più efficaci di rispondere alle esigenze di un mondo che cambia molto in fretta, anche usando al meglio le possibilità offerte dai media: «Ogni discorso pastorale deve tener conto dell’ambiente e della cultura in cui vivono le persone. I metodi devono considerare le modalità in cui, oggi, sono divulgati i diversi saperi; l’Evangelo di Gesù Cristo non è un’ideologia, una filosofia di vita o una serie di concetti da apprendere, ma una proposta di discepolato, l’invito a un’esperienza vitale con il Signore Gesù, morto e risorto. I media possono aiutare ad approfondire la nostra fede come contenuto, contribuiscono a suscitare l’appetito di cose belle, di stili di vita solidali e fraterni secondo gli insegnamenti di Gesù, a far conoscere realtà che resterebbero sconosciute. Però ai media è necessario affiancare un lavoro capillare e personale, condotto dalle comunità cristiane: i luoghi per eccellenza in cui vivere la comunione e fare esperienza della salvezza donata da Cristo Gesù. Altrimenti rimarrebbe una fede “fai da te”, devozionale, o un appagamento intellettuale».
L’emergenza educativa
Secondo suor Nadia i nuovi media hanno apportato una maggiore conoscenza della realtà: «Oggi nessuno può dire: “Io non sapevo, non c’ero, non ho visto…”. I nuovi mezzi mettono ognuno in condizione di capire, cercare, approfondire. Offrono la possibilità di confrontare opinioni, giudizi, stimolano la ricerca di fonti di informazione alternative a quelle che hanno la voce più forte e potente. Lasciano liberi di trarre le conclusioni e farsi una propria idea. Questo lo ritengo assai positivo».
Tuttavia, come in tutte le cose buone, qualche rischio c’è: «Gli utenti, in particolare i più giovani, sono lasciati un po’ allo sbaraglio. Diamo per scontato che tutti abbiano capacità di giudizio e discernimento e, invece, può insorgere una cultura frammentata, relativista, nichilista. Per questo ritengo urgente la formazione a un uso intelligente e critico di internet e dei media. Ancora più urgente è formare coscienze rette, solide, basate sui sani principi del rispetto, del dialogo, della tolleranza. L’emergenza è educativa, per riprendere la preoccupazione di Benedetto XVI. È la sfida lanciata dal Progetto culturale della CEI che sarà ripresa negli orientamenti pastorali per il nuovo decennio».
Prima il che cosa, poi il come«Internet crea un ambiente democratico. Nessuno impone nulla, nessuna voce è più importante dell’altra perché è l’internauta che sceglie, che cerca, che scopre, che seleziona. Se trova qualcosa che può interessargli, lo legge, altrimenti clicca altrove. Questo presuppone grande maturità, grande libertà interiore e onestà intellettuale da parte degli utenti. Ritorna la necessità di formare persone disposte ad ascoltare anche chi la pensa in modo diverso e si lascia condurre da valori che non sono i propri.
Non so quanti, oggi, abbiano questa maturità e capacità. Internet può favorire la conoscenza del diverso da te. Non penso si debbano inventare chissà quali strategie per evangelizzare nel mondo di internet. Ritengo importante, invece, sapere che cosa si vuole comunicare, che cosa si desidera condividere, che cosa ci interessa trasmettere.
Per noi paoline una cosa è essenziale: che quanto più persone possibili, soprattutto le più lontane, entrino in contatto con la persona di Gesù Cristo, con il suo messaggio di salvezza, con la sua proposta di vita nuova. E questo possiamo farlo prendendo in seria considerazione tutto ciò che è umano».
È nelle parole di Don Giacomo Alberione che suor Nadia trova le indicazioni per una rotta sicura: «Parlare di tutto cristianamente», diceva il nostro Fondatore; «offrire visioni di vita, criteri di giudizio basati sul Vangelo. Se qualcuno si sentirà attratto e affascinato, ben venga, altrimenti pazienza. Grande libertà, anche da parte nostra. Sta qui, a mio avviso, la sfida dei nuovi mezzi e di chi opera attraverso di essi».
Internet mette in contatto mondi lontani, aprendo scenari sorprendenti. Continua sr Nadia: «Realtà diverse e distanti si avvicinano. Internet fa conoscere punti di vista ed esprime giudizi in tempo reale su quanto accade. Questa è una grande sfida per l’evangelizzazione. Occorre però tener presente quante persone, oggi, hanno un bagaglio informativo, ma non sempre quello culturale. Più che in altri tempi siamo chiamati a “dar ragione della speranza che è in noi”, a rendere la nostra fede cristiana credibile anche per l’intelligenza. Proprio perché essa non è un’ideologia, ma l’esperienza di una persona, Gesù morto, risorto e vivente, diventa indispensabile trasmettere la fede attraverso la testimonianza di vita coerente con i valori dell’Evangelo».
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