Diritti, doveri, domande di senso

Ripensare due parole – diritti e doveri – troppo superficialmente usate come vessilli nelle nostre comunità, cristiane e non. Don Alessandro Deho' le demolisce per farle rinascere, intorno ad un'unica, fondamentale domanda: "Dov'eri?".

«Ho sorriso quel giorno, quando durante l'ennesimo corpo a corpo con la parola diritti, dopo averla ribaltata nel suo opposto, doveri, ho trovato il coraggio di pugnalarla con la lama appuntita di un apostrofo. Lotta etimologicamente ed esegeticamente scorretta, un colpo infame, ma essa si è aperta, aperta come una noce o come il pane spezzato, la cui crosta lascia libero il suo profumo nell'aria. La parola si frantumava in due e nasceva una terza via, oltre i diritti e oltre i doveri. Mi ritrovavo così con due parole che facevano una domanda, dove ed eri, la domanda sulla mia posizione. La stessa domanda che Adamo si è sentito conficcare tra le costole. La stessa domanda che accompagna l'avventura del Creatore con la sua creatura. Domanda a cui mi sono affidato, anche per fare chiarezza dentro di me. Da quel momento non pretendevo più diritti e non mi perdevo nell'elenco dei miei doveri, mi chiedevo solo dov'ero, dov'ero rispetto alla vita. E mai domanda mi era sembrata più liberante. Avrei chiesto, quella sera, a ogni persona che voleva sentirsi rassicurata sui sacri diritti di una comunità: Ma tu, invece, dove sei?».

Queste poche righe, estrapolate dall'introduzione del nuovo libro di Alessandro Deho', Dov'eri? La vita non è solo un diritto, sintetizzano molto bene le riflessioni in esso contenute. Riflessioni che come sempre, nei testi di don Alessandro, danzano e suonano in una narrazione che si svela sopra – o sotto – l'immensa narrazione biblica. Qui la musica gioca con due parole, diritti e doveri, che l'Autore demitizza, anzi frantuma – il titolo del libro ne è la rappresentazione grafica – affinché vengano ripensate a favore di una più profonda domanda di senso, "Dov'eri?". Un percorso accidentato, come accidentata è la Parola, che parte dal "Dove sei?", domanda di Dio ad un Adamo pieno di vergogna, per poi condurci al nuovo Adamo, Gesù, in cui la domanda rimane, ma si capovolge, in quell'umanità di Dio che diventa corpo e sangue.

Lacrime e baci

Lo aveva scritto nel suo precedente libro, don Alessandro, come recita il titolo, La Parola libera lacrime e baci. E anche qui, di lacrime e baci, ce ne sono parecchi. C'è l'amore, nel suo spettro completo, e ci sono le lacrime, segno dei fallimenti, della fragilità, dei diritti e dei doveri, che si disvelano come pretese, i primi, e sensi di colpa, i secondi. «Sembra che tutto, in fondo, si muova sempre tra diritti e doveri, tra pretese e sensi di colpa, in un continuo movimento che lascia sempre tutto, ma proprio tutto, inalterato».

Vero, perché parla di noi

In questo cammino, don Alessandro rivela innanzitutto la verità della Parola. E insiste sul fatto che, appunto, fatti ed eventi presenti nella Bibbia sono tutti "veri". Una verità che non significa dogma granitico, ma narrazione vera, perché parla di noi, ancora oggi, e sempre. E anche per questo, il cammino brucia le nostre certezze, la sicurezza di comunità, cristiane e laiche, che fondano la loro apparente solidità su un'interminabile serie di diritti e doveri. Perdendo inevitabilmente il senso di una posizione – dov'eri – che è ricerca di senso. «Anche se non sei frequentatore assiduo dei sacri libri, Adamo, Eva, il serpente, Abele e Caino... quelli te li ricordi, sono di famiglia, senti che raccontano qualcosa di te, di noi. Certo, perché sarà tutto un grande e mitologico affresco, ma... è tutto terribilmente vero! Ogni uomo sa che quel testo di Genesi è vero per il semplice fatto di averlo sperimentato su se stesso. Noi siamo gli impauriti, siamo i figli di quella domanda, origine di ogni colpa, ventre caldo da cui nasce ogni vergogna. Noi siamo Adamo, Eva e il serpente... Genesi non parla dell'origine dei tempi. Parla di noi, adesso».

Il perdono al centro

In tutto questo, vanno ripensate le strutture e le parole di una Chiesa che è comunità, ci dice l'Autore, solo se mette al centro il perdono. Scrive ancora Deho':

«C'è un paradiso e può essere sperimentato già qui, è il paradiso del perdono. Sono fermamente convinto che le nostre comunità torneranno a essere credibili solo quando sperimenteranno l'arte del perdono reciproco. Costruire comunità dove non importa la perfezione del modello, dove non ci si perde nella distribuzione del potere [...]. Gesù muore tra i malfattori (non esiste nessun ladrone buono!) e circondato da una folla inferocita che lo sta togliendo di mezzo: è questa la lettura dell'esistente. Le comunità saranno sempre così, noi siamo così. C'è però un modo di stare dentro questo inferno ed è un modo nuovo, l'unico in grado di scardinarlo, che è cercare di esercitarsi nella misericordia. Non vedo altro sacro diritto».

 

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Dov'eri?
Vivere non è solo un diritto

Dovevo scrivere sui diritti sacri della comunità, e ho tenuto in tasca quelle parole per mesi: diritto, sacro e comunità. Soprattutto la parola diritto mi respingeva. Dopo averla ribaltata nel suo opposto, doveri, ho trovato il coraggio di pugnalarla con un apostrofo. E ne ho fatto domanda...

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