Giocare davanti a Dio

Il gioco è per il bambino lo strumento per creare nuovi mondi, ma anche lo spazio privilegiato per l’incontro con se stesso e con gli altri, con la realtà esterna e con quella interiore. Il gioco è l’essenza stessa dell’infanzia e i genitori con la loro presenza e partecipazione hanno un ruolo importante.

«Quando viene una mamma o un papà giovane, domando sempre: "Dimmi: tu giochi con i tuoi bambini?". La maggioranza risponde: "Come dice padre?". "Sì, sì: tu giochi? Perdi tempo con i tuoi bambini?". Stiamo perdendo questa capacità, questa saggezza di giocare con i nostri bambini». Sono parole di papa Francesco, pronunciate lo scorso luglio durante la visita in Molise.
Molte volte il Papa ricorda ai genitori l'importanza del gioco in famiglia. In questo modo egli sottolinea il valore umano e cristiano di quella che è l'attività principale, attraverso la quale il bambino cresce, e comprende se stesso e il mondo, ma – cosa a cui pensiamo raramente – è anche la strada regia per fare esperienza di un Dio che «gioca» amorosamente con i suoi figli.


Il gioco nella vita del bambino

Il gioco è per il bambino lo strumento per creare nuovi mondi, ma anche lo spazio privilegiato per l'incontro con se stesso e con gli altri, con la realtà esterna e con quella interiore. Il gioco è l'essenza stessa dell'infanzia.
Sia quando gioca nei primi mesi di vita con il suo corpo, «ricreando» di fronte ai suoi occhi la mano, il piedino, sia quando, in un infinito gioco delle parti, riveste i ruoli delle figure per lui più importanti, giocando al papà, alla mamma, alla maestra, attraverso l'attività ludica, egli impara a definire la sua identità come «altra» dal mondo e, al tempo stesso, a trovare il suo posto e la sua funzione in mezzo agli altri.
Quando il bambino gioca è estremamente attento e concentrato, perché in quei momenti sta imparando il difficile mestiere di vivere. Agli occhi dell'adulto i suoi giochi possono apparire una perdita di tempo, mentre sono, invece, il più naturale metodo di apprendimento.

Il gioco è, dunque, un potente strumento di crescita umana. Come può l'adulto valorizzarlo?
Prima di tutto lasciando giocare il bambino liberamente senza affollare la sua giornata d'impegni e di attività «utili», poi scegliendo per lui i giocattoli adatti, quelli che gli permettono di esercitare la fantasia e stimolano la sua creatività.

Il papà e la mamma, inoltre, possono fare al loro figlio un dono molto più grande di un qualsiasi giocattolo: dare, cioè, il tempo di giocare insieme. Il gioco condiviso con i genitori è una delle esperienze più preziose dell'infanzia; avere tempo l'uno per l'altro, condividere un clima di distensione e di inventiva gioiosa, scoprirsi «complici» in un'attività che piace a entrambi è il modo più immediato per avvertire il legame che li unisce, grandi e piccoli, in fondo tutti bambini nel grande, meraviglioso gioco dell'esistenza.


Sulla strada del gioco incontrare Dio

Nell'educazione religiosa valorizzare il gioco significa condurre in modo lieve ed esperienziale il bambino nel mistero della vita e di Dio, che è un mistero di dono e di grazia.
«Dio mi guarda quando lavoro, ma sorride quando gioco», recita una preghiera indiana. Non l'adempimento scrupoloso dei nostri doveri ci fa amare da lui ma, prima ancora di ogni nostra azione più o meno meritoria, il suo amore ci chiama alla vita e ci mantiene nell'esistenza.
«Il Papà dei cieli è contento di te, si rallegra quando ti vede giocare. È felice quando noi siamo felici». Sono piccole frasi, sparse durante la giornata, che aiutano a creare una mentalità di fede, improntata alla gioia di esistere e alla gratitudine.

«In cielo si festeggiano i compleanni?» chiedeva una bambina di tre anni alla madre teologa (!). E, alla sua risposta negativa, concludeva saggiamente: «Allora non voglio andarci!». Nella sua semplicità lei metteva in evidenza come sia spontaneo per il bambino ricercare in Dio una fonte di gioia e come spesso sia proprio l'adulto ad amareggiargli questa fonte, a renderla salata e imbevibile.

Quando il Dio-papà (Abbà) di Gesù diventa nelle parole dell'adulto il Padre-padrone che tutto controlla; quando l'etica non è più finalizzata al comandamento dell'amore, ma ad assumere comportamenti conformisti che mortificano la creatività e il piacere; quando la festa del grazie (la Messa) si trasforma in «precetto festivo», e la preghiera personale in mezzo per chiedere favori; quando il bambino non è guidato a gustare la tenerezza di Dio che si manifesta a lui, in modo multiforme, nella bellezza della natura e negli affetti familiari, nel gusto dell'azione e nella dolcezza del riposo; quando si porta il bambino davanti a Dio, per chiedere e lamentarsi, o per «umiliare se stesso» e non per far «cantare Dio in me», come scriveva il poeta Tagore, il risultato è quello di educare cristiani spenti, oppure ragazzi ribelli che getteranno via, da adolescenti, assieme alla gabbia delle norme religiose, anche la radice di senso che la fede dà all'esistenza.


Senza scopo, ma pieno di senso: la liturgia come gioco

Molti genitori fanno fatica a portare i bambini in chiesa per l'incomprensibilità e la lunghezza dei riti liturgici che annoiano e stancano il bambino piccolo. Rispettare il carattere ludico della liturgia nelle nostre celebrazioni significa permettere ai bambini, a cui il gioco è connaturale, di sentirsi maggiormente ospitati e accolti, non costruendo per loro ambienti artificiali, dove giocare da soli – cosa che nessun bambino desidera –, ma dove giocare «davanti a Dio», del gioco di Dio, insieme con mamma e papà, con altre famiglie, con giovani, adulti e anziani, perché la vita è intergenerazionale e anche la famiglia di Dio.


Il valore educativo del gioco

La solidarietà è un'attitudine morale da acquisire sin dall'infanzia, come la laboriosità.
Il gioco per i bambini è serio al pari del lavoro. Sta agli adulti educarli alla laboriosità, iniziandoli alla creatività nel gioco, a saper giocare senza annoiarsi, a rimettere a posto i loro giochi. Anche i piccoli servizi in casa possono diventare un grande gioco, che fa acquisire l'attitudine alla collaborazione (Catechismo dei bambini, «Lasciate che i bambini vengano a me», n. 163).

Articolo di Franca Feliziani Kannheiser pubblicato in

Catechisti parrocchiali 8, maggio 2018 - paoline

Catechisti parrocchiali n. 8
maggio 2018

In questo ultimo numero dell'annata, il tema portante è la "Comunità cristiana testimone". L'invio di Gesù agli Undici raggiunge anche noi, oggi, come parte di una comunità che genera alla fede. Tra le rubriche segnaliamo la traccia di Ritiro per la Prima comunione "Gesù si fa pane e vino.. per noi".
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