La fragilità delle vergini stolte

La saggezza e la stoltezza /2

Una cosa è la fragilità di un oggetto, altra cosa è la fragilità di una persona. Ci sono fragilità diverse in ognuno di noi e i personaggi biblici, protagonisti della storia della salvezza non ne sono esenti. Essere fragili spesso non è un ostacolo, ma una chance... e Dio nel nostro essere "lucignoli fumiganti" intravede già la fiamma nuova come possibile realtà. Seconda tappa del nostro percorso biblico/artistico sulla fragilità, seguendo il libro di Albero Curioni.

Le vergini savie e le vergini stolte, di Giulio Aristide Sartorio, è il dipinto scelto da Alberto Curioni, autore di Il coraggio di essere fragili (Paoline), per approfondire, attraverso l'arte, la meditazione da lui proposta nel capitolo secondo del suo libro, La saggezza e la stoltezza, dove protagoniste sono le vergini che attendono lo sposo e le loro e nostre fragilità.

Per gli incontri pastorali, ma anche per la fruizione privata, suggeriamo innanzitutto di proiettare o avere in altro modo sotto gli occhi il dipinto (su tablet, smartphone, notebook o stampando l'immagine). Dopo una breve introduzione sull'autore, il periodo, il perché della commissione e il luogo dove si trovava il dipinto, consigliamo un lungo momento di silenzio per poterlo guardare e gustare con attenzione. Dopo si possono leggere e meditare le pagine 24-35 del libro - soffermandosi prima di tutto sulla pericope evangelica - e, in seguito, sulla scheda con le note spirituali/artistiche del dipinto. Per ogni passaggio è importante prendersi il tempo necessario. Canti appropriati e/o brani musicali di sottofondo possono aiutare la preghiera e la contemplazione.

Giulio Aristide Sartorio

Inizialmente allievo del padre Raffaele e del nonno Girolamo, entrambi scultori e pittori di origine novarese, Giulio Aristide Sartorio (Roma 1860 – 1932) si formò negli anni giovanili da autodidatta, eseguendo copie di affreschi, mosaici, quadri e statue delle basiliche e dei musei romani, dipingeva per artisti italiani e stranieri che firmavano i suoi quadri con il loro nome. In questa sua attività l'artista si rifece a una pittura commerciale, di genere o di ambiente settecentesco, che guardava molto allo stile di Mariano Fortuny (1838 – 1874)1. In quegli anni, però, lavorò anche per sé nella campagna romana ed espose nel 1882, all'Esposizione di Roma, il dipinto Malaria, ora nel Museo argentino di Córdoba, realizzato con uno stile verista che guarda alle opere di Francesco Paolo Michetti (1851 – 1929) e Filippo Palizzi (1818 – 1899). Aristide coltivò in questo periodo anche relazioni nel giro artistico-mondano di Roma, collaborando con la rivista Cronaca Bizantina e stringendo amicizia con Gabriele D'Annunzio, Giosué Carducci ed Edoardo Scarfoglio.

Nel 1886 illustrò il romanzo dannunziano Isotta Guttadauro, dove appare evidente la sua adesione alla poetica preraffaellita di William Holman Hunt (1827 – 1920), John Everett Millais (1829 – 1896) e Ford Madox Brown (1821 – 1893). Nel 1889 si recò a Parigi con Michetti, esponendo con successo I figli di Caino, premiato con la medaglia d'oro. Successivamente, ospite di Michetti a Francavilla al Mare (CH), si applicò alla pittura di paesaggio (interpretando però il genere secondo un gusto marcatamente decorativo) e approfondì la tecnica litografica e fotografica.

I suoi gusti rimasero, però, legati alla pittura di carattere liberty e di derivazione letteraria, come appare evidente nel trittico Le vergini savie e le vergini stolte, oggi conservato alla Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma. L'opera fu commissionata all'artista nel 1890 come dono nuziale dal conte Primoli, noto fotografo e cultore del bel mondo parigino, amico di D'Annunzio.

[Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), Le vergini savie e le vergini stolte, Polittico (1890-91), olio su tavola, Roma, Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale]

Dal Vangelo di Matteo (25, 1-13)

«Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro!". Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: "Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". Le sagge risposero: "No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene". Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: "Signore, signore, aprici!". Ma egli rispose: "In verità io vi dico: non vi conosco". Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora».


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L'opera è una trasposizione in chiave moderna della parabola evangelica delle vergini savie e delle vergini stolte narrata nel vangelo di Matteo. L'episodio è rappresentato da Sartorio con uno stile preraffaelita con chiari rimandi quattrocenteschi. In quel periodo l'artista aveva però una conoscenza dell'arte preraffaelita fondata esclusivamente su fonti indirette quali l'osservazione di alcune opere nelle esposizioni organizzate dall'associazione di Nino Costa (1826 – 1903) In Arte libertas (a cui lo stesso Sartorio aderirà nel 1893) e l'incontro con alcuni artisti inglesi conosciuti a Roma, tra cui Maria Spartali Freres (1844 – 1927)2. Il conte Primoli finanziò poi a Sartorio nel 1890 un viaggio a Venezia durante il quale ebbe modo di soggiornare anche in città come Firenze, Bologna e Padova e di visitare gli affreschi di Pisanello a Verona, approfondendo la conoscenza dei primitivi italiani e traendo ispirazione dai modelli figurativi del Quattrocento.

Lo scomparto centrale del trittico, che raffigura la Janua Coeli, richiama le Porte del Paradiso del battistero fiorentino di Lorenzo Ghiberti, alludendo simbolicamente alla sfera celeste alla quale si contrappone quella mondana e volubile nei due settori laterali, nei quali vengono raffigurate le vergini savie (nello scomparto di sinistra) e quelle stolte (nello scomparto di destra). Le aureole degli angeli si rifanno alle opere di Pisanello mentre, per le figure delle vergini, posarono abbigliate con costumi quattrocenteschi e secondo la moda dei tableau vivant, illustri dame dell'aristocrazia romana, amiche del conte Primoli. Tra queste spiccano i nomi di Maria Hardouin, moglie di D'Annunzio, e Lisa Stilmann, figlia di Maria Spartali, di cui Sartorio si era invaghito. Fondamentale nella lettura del dipinto risulta anche il forte valore simbolico di cui sono investite le piante: si può notare, infatti, come negli scomparti laterali, simbolo della vanità terrena, compaiano dei pini, cioè degli alberi senza frutto, mentre oltre la porta dello scomparto centrale vi siano degli olivi, ovvero delle piante da frutto che richiamano una volta di più all'immortalità dello spirito3.

1 Giulio Aristide Sartorio (ad vocem), in Wikipedia. L'enciclopedia libera: https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Aristide_Sartorio 
R, Miracco (a cura di), Giulio Aristide Sartorio, Firenze 2006, p. 176
3 Le Vergini di Sartorio restaurate per il Simbolismo a Milano, in Artslife. The Cultural revolution is online, 25 gennaio 2016: http://www.artslife.com/2016/01/25/le-vergini-di-sartorio-restaurate-per-il-simbolismo-a-milano/ 

Per approfondire

L'opera non fu mai portata a termine: nel 1894 sorsero infatti dei disaccordi di natura economica tra l'artista ed il conte Primoli il quale, per la mancata celebrazione del matrimonio, decise di non ritirare il lavoro. Presentata nel 1899 alla III Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, rimase dunque nello studio dell'artista fino a quando, nel 1939, fu acquistata per intervento del conte Augusto Jandolo per le collezioni del comune di Roma.

 

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