La lotta allo spreco alimentare

Un impegno per tutti

Ogni giorno, in Italia, migliaia di cittadini sono impegnati nella lotta allo spreco alimentare: raccolgono le eccedenze da supermercati, aziende agricole, piattaforme logistiche, mercati ortofrutticoli, negozi di vicinato e le distribuiscono a chi ne ha bisogno.

Si tratta di un impegno incredibile da parte delle organizzazioni non profit (associazioni, cooperative, fondazioni, parrocchie…): tonnellate di cibo, anziché diventare – per puri motivi commerciali – rifiuto, vengono trasformate in risorsa per migliaia di persone che fanno fatica a fare la spesa. Il recupero di frutta e verdura “brutta”, ovvero esteticamente non conforme alla vendita, fuori calibro (troppo grande o piccola), così come di prodotti vicini alla data di scadenza e di tutti quelli che hanno superato il termine minimo di conservazione (lo riconoscete dall’indicazione da consumarsi preferibilmente entro) è un’azione che ha un duplice vantaggio, sia ambientale che sociale. Ridurre lo spreco per ridurre la povertà alimentare. È questo il motivo principale che muove gran parte della filiera del recupero.

Ma siamo sicuri che il pur importante lavoro di tanti sia sufficiente a ridurre davvero gli sprechi, contrastare la povertà alimentare e mitigare i cambiamenti climatici causati dall’iperproduzione? È proprio a partire dalla lotta allo spreco alimentare attuata dal non profit che si può provare a cambiare paradigma.
Innanzitutto chiedendosi se i «poveri» debbano accontentarsi degli avanzi dei «ricchi». È chiaro per tutti che non sia giusto. Inoltre, non è nemmeno possibile garantire una dieta sana, completa, nutriente e adeguata dal punto di vista culturale con la sola lotta allo spreco. Approfondendo i dati si scopre anche che quest’immenso sforzo del Terzo settore riduce per percentuali irrisorie la quantità di cibo che ogni giorno viene buttata dalla filiera agroalimentare. E allora perché farlo? Perché continuare a insistere su questo tema e come essere motori del cambiamento sociale, economico e ambientale?

Riconoscere le responsabilità dello spreco è il primo passo. Oggi chi produce l’eccedenza, ovvero le imprese, vengono chiamate «donatori» perché regalano ciò che hanno prodotto in più al non profit «beneficiario». Tuttavia il cibo prodotto in surplus e non venduto non è una vera e propria donazione, ma un problema del produttore che viene risolto da chi se ne fa carico, per giunta gratuitamente, ovvero il Terzo settore. Non si tratta di entrare in conflitto con il mondo produttivo, sarebbe illogico e inutile, però è necessario che chi è responsabile dello spreco, lo riconosca, se ne faccia carico e lo riduca. Con il non profit che può essere d’aiuto alle imprese per mettere in luce ciò che non funziona e, solo in ultimo caso, ridistribuire quello che proprio non si è potuto prevenire dallo spreco.

Ma il Terzo settore e la società civile possono fare ancora di più. La lotta allo spreco è l’occasione per creare legami, tra cittadini, tra imprese e consumatori, tra la comunità. Per assolvere al suo compito di «cambiare il mondo», chiunque operi nella lotta allo spreco non può accontentarsi di recuperare l’ennesimo bancale di ortofrutta. Occorre diffondere cultura a tutti i livelli: dalla proposta per inserire l’educazione alimentare in tutte le scuole, sino alle iniziative formative con chi amministra la società. Senza dimenticarsi che, per un reale cambiamento, la «buona prassi» da sola non serve: bisogna impegnarsi per portare a dibattito politico la lotta allo spreco. E chi più di chi la fa tutti i giorni, può farlo con esperienza e pragmaticità?

Raffaele Avagliano

Raffaele Avagliano, giornalista pubblicista dal 2007, si occupa di comunicazione e marketing per il non profit, la cultura e la sostenibilità. Ha da sempre una forte passione per le tematiche che legano la giustizia ambientale con la giustizia sociale. Dal 2020 è coordinatore della Dispensa Sociale (Bergamo), progetto di lotta allo spreco alimentare, educazione ambientale e inclusione.


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