La maternità va oltre la biologia e diventa esperienza universale: generare vita, relazioni e libertà. Tra gratitudine, memoria e crescita interiore, nella vita emergono volti di donne capaci di “far fiorire” l’altro senza possederlo. Anche la figura di Maria si rivela nella sua umanità, tra silenzi, dubbi e libertà. Una riflessione che attraversa legami, educazione e responsabilità, aprendo domande profonde: chi ci ha davvero generati? E nelle nostre relazioni quotidiane, stiamo creando libertà o dipendenza?
Anche se si può dire solo in punta di piedi, tutti possiamo vivere l’esperienza della maternità quando ci scopriamo figli, quando desideriamo far fiorire il bene. Leggendo le pagine di "Madri liberate, liberanti" emergono gratitudine, lo sguardo su Maria e relazioni che liberano.
Scrivo queste righe con una piccola esitazione: non sono madre. Non ho figli. Eppure questo libro, mi ha fatto tornare più volte su quella parola, “madre”, quasi senza accorgermene. E a un certo punto ho capito che, in qualche modo, mi riguardava.
Per questo parto da quelle frasi in cui mi sono fermata perché mi sono ritrovata. Perché sono la mia esperienza, la mia maternità. Chiara Scardicchio parla anche di donne che non hanno mai partorito, eppure sono madri. Donne che non coincidono con la biologia, ma con una capacità di generare che ha a che fare con l’anima, con lo sguardo, con la libertà. Leggendo quelle parole, ho sentito affiorare volti concreti: una maestra, mia sorella, una suora dell’oratorio, una consorella, una donna incontrata per caso e mai dimenticata. Donne che, senza “appartenermi”, mi hanno generata. Mi hanno indicato mondi che non sapevo vedere. Mi hanno contenuta e poi, con una delicatezza ferma, mi hanno anche lanciata. Perché alla fine credo che sia questo che fa una madre: insegnano a spiccare il volo, spingono per far venire fuori il bene. E in questo senso sono proprio madre; sono una donna che, nel suo piccolo, desidera generare: relazioni, fiducia, possibilità, bellezza. Forse è da qui che devo iniziare.
Ma mi sono anche accorta di essere una figlia. E in un certo senso vivo la maternità dall’altra prospettiva, dalla parte di chi è stata generata. E allora, quasi in controluce, è emersa la figura di mia mamma. Non una figura ideale, perfetta, senza incrinature. Ma la mia. E questo libro mi ha fatto sostare in una gratitudine più consapevole: per la fatica che avrà attraversato, per lo stupore che avrà provato, per il coraggio di lasciarmi andare. Mi sono accorta che, forse, non avevo mai davvero immaginato cosa significhi essere madre dal di dentro. E invece qui, tra queste pagine, ho intravisto qualcosa. E le sono grata. Per come è stata. Per come continua a esserci.
Allora ho provato a pensare in modo diverso anche all’“altra madre”, Maria. Non tanto all’immagine distante e levigata che a volte le abbiamo cucito addosso, ma a una donna reale. Una donna che ha vissuto la sua storia dentro la trama quotidiana dei giorni, raccontata e immaginata anche da tanti poeti e scrittori non credenti, che l’hanno restituita alla sua umanità. Marilena Lucente, raccontando le parole che Maria ha detto, ma soprattutto i suoi spazi di silenzio, mi ha fatto gustare una donna che avrà conosciuto il dubbio, che si sarà fatta mille domande, che avrà attraversato incomprensioni, attese, fatiche. Il dolore non esaurisce ciò che è stata: è solo una delle sue sfaccettature. C’è anche la sua capacità di ascolto, la sua libertà interiore, il suo modo di stare dentro ciò che accade senza volerlo dominare, e anche lei è figlia.
C’è un passaggio sottile che attraversa tutto il libro: la maternità - anche quella spirituale, anche quella che io vivo - non è un recinto, ma un movimento. È prima di tutto un modo di stare, di ascoltare la vita degli altri. Non è qualcosa che riguarda solo alcune donne, né tantomeno solo le donne. È una postura dell’umano. Una possibilità che attraversa uomini e donne ogni volta che scegliamo di far crescere qualcuno senza possederlo, di accompagnare senza invadere. In questo senso, le pagine si allargano: parlano di legami, di educazione, di responsabilità, di libertà. Parlano di come ciascuno di noi può diventare, in modi diversi, spazio di vita.
A un certo punto mi sono sorpresa a chiedermi: chi sono state le mie madri? Chi mi ha generata davvero, anche senza saperlo? Che relazione apre per me Maria? E, ancora più scomodo: per chi io sto provando a essere madre? Nella mia vita quotidiana, nei gesti piccoli, nelle parole dette o taciute… sto generando libertà o dipendenza? Sto trattenendo o sto lasciando andare?
Credo che questo sia il dono più vero del libro: non dare risposte, ma accendere domande che chiedono di essere condivise. Per questo sento il desiderio di aprire porte. Se queste pagine vi raggiungeranno, fermatevi un momento dopo averle attraversate. Tornate ai volti. Ai ricordi. Alle ferite e alle gratitudini.
E poi, se volete, raccontatelo.
Dite quale parola vi ha toccato.
Quale esperienza ha risuonato.
Quale madre - ricevuta o donata - vi è venuta incontro tra queste pagine.
Perché questo non è un libro che finisce: è un libro che continua a scriversi. Anche attraverso di noi.