Paolo, apostolo di comunione

Spunti biblici per una Chiesa sinodale /6

Un aspetto fondamentale dell’incontro di Paolo con Cristo, a Damasco, è l’aver scoperto che egli, morto e risorto, s’identificava con i credenti che lui voleva perseguitare e distruggere; «Saulo, Saulo perché mi perseguiti?». «Chi sei, o Signore». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! (Gal 1,15-16; 1Cor 15,8-9). Da quel momento comprende che la Chiesa è corpo di Cristo, cioè la sua presenza vivente nella storia e ogni credente, unito a lui nel Battesimo, è membro del suo corpo.

Questa comprensione sfata l’immagine di un Paolo visto come apostolo che percorre le vie del mondo da solo e lo conferma invece come innamorato di Cristo e dei fratelli con i quali condivide la fede e la missione, uno che discerne le vie da percorrere e i metodi pastorali da assumere.

Il tema è molto ampio. Sono sufficienti, tuttavia, alcuni spunti delle sue lettere per scoprire con grande stupore il cammino sinodale che Paolo compie in comunione con la chiesa di Gerusalemme e con le comunità cristiane che andava fondando.
Nella lettera ai Galati ricorda che, dopo essersi ritirato nel deserto, «venuto a Gerusalemme cercava di unirsi ai discepoli», cioè alla Chiesa locale (At 9,26), benché questi fratelli, inizialmente, non si fidassero di lui (At 9,21). E vi ritorna 14 anni dopo per confrontare il suo Vangelo con la comunità, «per non correre o aver corso invano» (Gal 2,1-2). L’Apostolo è infatti convinto che il Vangelo annunciato senza comunione ecclesiale non può riguardare Gesù, ma è protagonismo personale. Per questo si lascia verificare dall’assemblea di Gerusalemme che accoglie il suo stile missionario verso i pagani, a cui lo Spirito aveva aperto le porte della fede.
Gli Atti narrano il noto incidente di Antiochia (cfr. Gal 2,11) a causa del quale Paolo corregge Pietro in nome del comune cammino stabilito a Gerusalemme (cfr. At 15). Una tensione che si chiarisce e si ricompone nella pace, perché entrambi, mossi dalla sincera ricerca della volontà di Dio, scelgono «secondo verità nella carità per crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo» (cfr. Ef 4,15).
Questi riferimenti rivelano quanto Paolo ricerchi a tutti i costi di percorrere insieme, e nella comunione ecclesiale, le vie indicate dallo Spirito. Forte di questa certezza, viaggia per le strade del mondo allora conosciuto in comunione anche con le comunità che andava fondando. Dopo la prima iniziale predicazione fallimentare di cui riferisce Luca negli Atti degli apostoli (At 9,20-30), infatti, Paolo non operò mai da solo.

La partecipazione alla missione è richiesta a tutti i credenti dal legame con Cristo, che in forza del dono della fede e del Battesimo, li rende una sola cosa con Lui («Se uno è in Cristo è una creatura nuova», 2 Cor 5,17), parte essenziale della nuova umanità che gli appartiene, e per questo “santa”.
La Chiesa popolo di “santi” o di “chiamati alla santità”, è corpo, cioè, presenza di Cristo nella storia che si esprime con i carismi e i ministeri, donati dallo Spirito, per la comune crescita nella santità. Il termine «carisma» significa, infatti, «grazia donata» da vivere nella Koinonia che è «partecipazione attiva, compagnia, concordia, comunione».

Un ministero cooperativo

Paolo coinvolse nella missione gli uomini e le donne che si rendevano disponibili con la sola condizione che cercassero gli «interessi del Signore» (cfr. Fil 2,20-21; Rom 16,1-16). A ragione il suo ministero è stato definito «ministero cooperativo» (R. Penna), perché la collaborazione o cooperazione non consisteva nel “dare una mano” a chi presiedeva ma a Dio, l’unico che fa crescere ciò che i ministri seminano o innaffiano: «Siamo infatti collaboratori di Dio» (cfr. 1 Cor 3,7-9). Dalle sue lettere emerge una collaborazione stretta e continua e una più occasionale. Queste persone sono qualificate come compagni, collaboratori, fratelli, amici, figli. Con quelli più coinvolti nel carisma missionario specifico condivideva in pieno le situazioni che andavano sorgendo come i problemi di vita cristiana da chiarire, la catechesi da completare e le linee di azione da intraprendere.
Un esempio efficace proviene dalla comunità di Corinto, ricca di doni ma anche di fragilità: i cristiani sono divisi in partiti (1Cor 1,11-12); la libertà cristiana è vissuta nel fare ciò che piace (1Cor 5,1; 8,9); si emarginano le persone più semplici e fragili (1Cor 8,11). Paolo è giudicato “mentitore” (2Cor 1,17-23) e “falso apostolo” (2Cor 11,4). Informato da alcuni membri della comunità (1Cor 1,11), per far superare la crisi e riprendere un nuovo cammino, pone in atto una serie di interventi pastorali che partono dall’amore fraterno e dalla carità verso i poveri di Gerusalemme, secondo l’accordo preso a Gerusalemme (cfr. Gal 2,10). Intorno a questo progetto ruotano diverse persone che Paolo invia a Corinto, dopo aver riflettuto insieme sulla cosa, per riportare quella difficile situazione alla «via più sublime» (1 Cor 12,31) dell’amore.
Le loro reciproche relazioni, colme di stima, affetto, disponibilità nel servire la comunità testimoniano un cammino "sinodale" attento alla crescita comunitaria ecclesiale (cfr. 8,16.24). Nei riguardi di Tito, responsabile degli inviati, ricorda che cammina con lo stesso spirito, sulle medesime tracce: «Non abbiamo forse camminato ambedue con lo stesso spirito, e sulle medesime tracce?» (2Cor 12,18).

LEGGI 2Cor 8,16-23

Dalla comunità di Filippi emerge la figura di Timoteo che Paolo, trovandosi in carcere, invia in questa comunità al suo posto. Timoteo lo rappresenta bene perché è di animo grande, condivide in pieno lo stile evangelico e «prende sinceramente a cuore ciò che vi riguarda» (Fil 2, 19). Vi è pure Epafrodito, «fratello mio, mio compagno di lavoro e di lotta e vostro inviato per aiutarmi nelle mie necessità», che per lui ha rischiato di morire. Vi sono Evodia e Sintiche, probabili animatrici della comunità, che Paolo incoraggia a vivere gli «stessi sentimenti», quelli vissuti da Gesù (cfr. Fil 2,5) e il fedele collaboratore invitato ad aiutarle (Fil 4,2-4).

Un aspetto sinodale, meno noto, ma fondamentale è l’aver associato come committenti delle sue lettere i collaboratori. La prima lettera ai Tessalonicesi, primo scritto di Paolo e del Nuovo Testamento, ha tre mittenti: Paolo, Silvano e Timoteo (1Tes 1,1). Insieme, in un «Noi» reale, vivono le stesse preoccupazioni, riflettono sui problemi della neonata comunità, decidono gli incoraggiamenti da offrire, la correzione da dare e il cammino che la comunità deve continuare. Soltanto in punti particolari emerge Paolo che, come responsabile della missione, si assume in prima persona la decisione concordata insieme (cfr. 1Ts 2, 17-18; 1Ts 3,1-4).

Per riflettere e approfondire

  1. Quanto incide nel nostro cammino ecclesiale la coscienza che tutti i battezzati siano chiamati a costruire la comunità, ognuno secondo il suo dono, realizzando un’armoniosa sinfonia, che rende «corpo» di Cristo, sua presenza nella storia?
  2. L’espressione di Paolo «Non abbiamo forse camminato ambedue con lo stesso spirito, e sulle medesime tracce» (2Cor 12,18) quale indicazione pastorale offre oggi?
  3. Dinanzi alle difficoltà di crescita, dopo averle individuate, sappiamo assumere di comune accordo quei percorsi che, liberandoci da prospettive personali e/o partitiche, fanno camminare insieme sulla via dell’Amore, che è la via dello Spirito?


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