Io ballo...

Io - Tu - Noi

L’immagine del ballo, della danza, rappresenta, in modo suggestivo, la vitalità della persona umana, nelle diverse fasi della sua vita.

Dal bambino piccolo che, dopo tanti tentativi di restare in piedi, corre traballando nelle braccia della mamma, o si muove ondeggiando al suono di una musichetta, con un sorriso sdentato, ai girotondo dei bambini della scuola dell’infanzia, accompagnati da allegre filastrocche, ai balletti nelle feste di compleanno fino alla freedance dei ragazzi, scandita dalla musica rap: ballare e cantare, giocare in movimento sono attività essenziali allo sviluppo dell’intera persona e, in particolare, in adolescenza, rispondono a bisogni fondamentali, come l’entrare in relazione, esplorare il nuovo, provare emozioni.
Lo sviluppo cerebrale, ricorda il neuropsichiatra americano Daniel J. Siegel, non dipende soltanto dall’apprendimento organizzato (imparare «cose serie», come ad esempio a scuola), ma molto di più dall’esplorazione libera, esercitata da soli e insieme, dai giochi, dalle avventure che si corrono lontano dall’occhio vigile dell’adulto. Se teniamo conto di queste considerazioni, noi adulti potremo guardare con meno preoccupazione il tempo libero dei ragazzi e il loro modo di divertirsi, meno preoccupati di strutturarlo in attività codificate (piscina, corsi di danza, laboratori creativi), più rispettosi dei loro ritmi, della loro creatività e anche del loro diritto di annoiarsi!

Se i cambiamenti, che avvengono a livello cerebrale nei primi anni dell’adolescenza predispongono il preadolescente a sperimentare le novità – e, quindi, i possibili rischi –, ad allargare l’ambito delle relazioni – venendo anche in contatto con coetanei spesso diversi da loro per estrazione sociale, educazione, ecc. –, a provare emozioni nuove e più intense, a mettere in discussione gli insegnamenti degli adulti: questo humus, che alimenta la crescita sia intellettuale sia emotiva e sociale, diventerà tanto più fertile quanto più si produrrà nello scambio con adulti significativi dell’ambiente familiare e anche extrafamiliare. Questi non si porranno come vigilantes sospettosi e nemmeno come tardoadolescenti, a volte francamente imbarazzanti, ma come ascoltatori attenti, flessibili e affidabili, che creano con il loro ascolto uno spazio libero e protetto, dove il ragazzo possa ragionare sulle sue esperienze e sulle emozioni ambivalenti che spesso le accompagnano, possa trovarne il senso e l’utilità per la sua crescita.
Se le emozioni intense, infatti, producono energia e vitalità è anche vero che un loro eccesso getta il preadolescente in un mare in tempesta, che minaccia di travolgerlo e di farlo sentire fragile e inadeguato, ed ecco, a questo punto, il pericolo della depressione o dello sballo come antidepressivo.

In queste situazioni, a volte l’adulto abbandona la nave, spaventato dalla propria impotenza o, al contrario, prende in mano il timone, rimproverando il marinaio per la sua inefficienza, facendolo sentire uno stupido mozzo, incapace e pericoloso per sé e per gli altri. Esiste una via di mezzo tra questi due estremi? Qui si gioca la verità dell’accompagnamento e della funzione educativa – non sostitutiva – dell’adulto.

Il preadolescente: maestro di creatività

Tutti gli adulti, sia genitori sia educatori, che hanno a che fare con i preadolescenti condividono certamente l’opinione che con loro non ci si annoia! Possono essere divertenti, curiosi, esasperanti, ma, proprio per questo, ci mantengono in movimento, «in ballo». Come ci ricorda ancora D. Siegel: «Se si riesce a mantenere nel tempo, in modo consapevole, la capacità di pensare, immaginare e percepire il mondo con uno sguardo nuovo e di esplorare con creatività la gamma di esperienze possibili, si può limitare notevolmente l’emergere del senso di routine che talvolta soffoca la vita adulta, coltivando, al suo posto, l’esperienza della “straordinarietà dell’ordinario”. Una strategia niente male per vivere con pienezza la vita!» (La mente adolescente, Raffaello Cortina, Milano 2014, p. 20).


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