Da profughi ad amici

Nella sua prefazione al volume Non sapevo che il mare fosse salato, Mons. Montenegro, presidente della Commissione Episcopale CEI per le Migrazioni, narra le impressioni ricevute leggendo le storie dei giovani profughi protagonisti del libro, come in un diario di viaggio.

Sfogliare le pagine di questo libro è stato come salire su un treno e fare un viaggio. Perdonatemi se parlo di treni, mentre nel libro il mare la fa da protagonista. Io sul treno sono salito tante volte, sulla nave invece molto meno. Ma l'esperienza è identica. Salgo sul treno per un viaggio che ha una meta ben chiara, prestabilita, con una precisa tabella-orario e con preventivate scadenze, per vivere al meglio il mio tempo. Entro nello scompartimento che, per fortuna, sono riuscito a trovare libero: è tutto per me. Spero che, sebbene la meta sia lontana, nessuno entri e disturbi. Si parte. Incuriosito, guardo fuori.

Ora tutto scorre velocemente, case, campagne, strade, persone, città che non conosco e che, a dire il vero, non mi interessa conoscere...
Ma improvvisamente sento e vedo – non so se prima vedo o prima sento –, infastidendomi per questo, che lo scompartimento si è riempito, altri prendono posto accanto e davanti a me. Solo un cenno di capo veloce come saluto è il segnale che ci scambiamo per dirci che ci siamo accorti di essere tutti lì. Mi sembra che alcuni nuovi compagni di viaggio sentano il disagio della mia presenza e dell'altro che ha preso posto senza essere del loro gruppo. È facile notare che lui è da solo e gli altri sono insieme, «quelli» dal colore della pelle diverso dal mio, perciò stranieri e, per non essere io una voce fuori dal coro, delinquenti, tanto oggi il termine «delinquenti» si identifica con quello di «migranti ». Abbasso gli occhi, poi continuo a guardare fuori. La presenza di questa gente mi fa sentire in imbarazzo: perché non sono andati altrove e sono venuti a sedersi proprio qui?... Mi sento i loro occhi addosso, ma che vogliono? Li sento anche parlare, prima sottovoce e tra loro, poi piano piano mi si impongono insieme ai volti anche le loro voci. Ormai, devo ammetterlo, loro ci sono, e io non sono più solo. Non posso fingere di non vederli. Anzi uno di loro, sostenuto dagli sguardi degli altri, timidamente osa farmi qualche domanda. Spero che capisca che mi sta infastidendo, così la smette! Anche se a malincuore, devo ora guardarli in volto. Che strano, sembrano impauriti ma sorridono, ho l'impressione che abbiano avvertito il mio disagio per l'invasione di campo, anzi di scompartimento.

Un po' alla volta quelle domande diventano discorsi e, anche se non sempre riesco a comprendere la loro lingua, riusciamo egualmente a intenderci. Lo riconosco: desidero che non mi rivolgano più domande e che la smettano di parlare, non ho voglia di rispondere perché i loro fatti non mi interessano. Io ho i miei problemi e il mio viaggio lo pensavo rilassante. Ma perché li raccontano a me? Che è questa confidenza! Mi sento un po' incoraggiato dalla presenza del tizio seduto davanti a me che, invece, mi sembra interessato a loro, anzi lui risponde, e mi accorgo che mentre parla con loro guarda anche me, mi vuole in ogni modo coinvolgere in ciò che si sta dicendo. E a me, che desideravo solo fare un buon viaggio da solitario su un treno veloce, ora viene chiesto di entrare in storie che, devo ammetterlo, pian piano diventano interessanti e mi intrigano. Intanto, dimenticavo di dirlo, si sono avvicinati al nostro scompartimento altri che, parlando, deduco essere amici del tizio seduto dinanzi a me, che, un po' alla volta, scopro essere un sacerdote, dal nome don Nandino.

Al vederlo e sentirlo mi pare originale come il suo nome, ma i discorsi che fa, e che fanno i suoi amici, mi convincono che più che pazzerello è uno che deve sapere il fatto suo e soprattutto che guarda lontano. Infatti gli «stranieri», che prima sembravano quasi impauriti e timidi, ora sorridendo, grazie a lui, parlano con più scioltezza. Mi accorgo che si sentono da lui capiti, eppure non si conoscevano. È vero, pur se ridiamo delle loro «papere» linguistiche, ora tutti ascoltiamo, con attenzione e interesse, le loro storie; la cosa comincia a farsi sempre più seria, almeno per me. Sento storie di sofferenza, di viaggi, di paure, di violenze (scopro che, se essere donne un po' dovunque non è facile, essere donne migranti è più che umiliante: loro, anche se bambine, subiscono violenza. È il biglietto in più che devono pagare perché donne; ecco perché – per me è una scoperta – molte arrivano qui incinte). Storie dei loro sogni e dei molti loro compagni; migliaia di questi sogni sono affondati nel mare (nel Mediterraneo, ormai grande tomba liquida, sono andati giù da venticinquemila a trentamila esseri umani, piccoli e grandi. È difficile da credere, ma purtroppo è così!) o si sono infranti contro quell'isola che per molti, i più sfortunati, è diventata uno scoglio mortale, per molti altri è stata un faro (Lampedusa è un nome contraddittorio, può significare «scoglio» ma anche «lampada»). Ora scopro che costoro, per me inizialmente solo volti di scomodi e inopportuni viaggiatori, stampati sul vetro, sono nomi: Mady, Amadou, Festus, Moussa, Ousain... sono storie vere, tristi, graffianti...

In quello scompartimento scopro che io posso essere speranza per loro e che loro per me non sono più soltanto vuoti a perdere, esuberi, gente sporca e puzzolente. Mi viene in mente che Qualcuno, circa duemila anni fa, ha detto che Lui oggi è ancora affamato, assetato, profugo ed è sullo stesso treno vicino a me. Lui cammina oggi lungo le strade a chiedere pane, acqua, casa, accoglienza, o lavora nelle nostre campagne sotto il sole cocente, sottopagato o pagato quasi per niente.

Grazie, don Nandino, grazie alla tua gente.
Grazie a quei fratelli che, venendo nella nostra terra,
ci permettono di aprire il nostro cuore per farci entrare dentro il mondo.

Un viaggiatore felice e non solitario

Mons. Francesco Montenegro, Prefazione del libro: Non sapevo che il mare fosse salato, di Nandino Capovilla e Betta Tusset, Paoline.

9788831548878 P«NON SAPEVO CHE IL MARE FOSSE SALATO»

Storie positive di profughi: giovani vite che trovano sostegno e dignità nel tessuto di famiglie normalissime che hanno deciso di aggiungere... un posto a tavola e nel cuore!

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