Non chiamatelo ragazzino

Rosario Livatino, un giudice contro la mafia

Marco Pappalardo racconta ai ragazzi la storia di Rosario Livatino, giovane giudice e magistrato siciliano, ucciso dalla mafia nel 1990 e beatificato nel 2021 per il suo impegno umano, cristiano e professionale contro ogni forma di ingiustizia e per aver lottato contro la mafia.

Sicuramente a tutti hanno insegnato che, quando si racconta una notizia o un fatto, per essere il più possibile fedeli all'oggettività è importante dare 5 informazioni, soprannominate "5 W" dall'inglese: che cosa (What), chi (Who), dove (Where), quando (When), perché (Why). Proviamo a raccontare due vicende di cronaca.
Primo avvenimento: l'uccisione di Rosario Livatino. Il giovane giudice e magistrato siciliano Rosario Livatino, di 37 anni, sulla strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta, venerdì 21 settembre 1990 viene ucciso a colpi di pistola dalla mafia dell'agrigentino chiamata Stidda per il suo impegno umano, cristiano e professionale contro ogni forma di ingiustizia e per aver lottato contro la mafia.
Secondo avvenimento: la beatificazione di Rosario Livatino. Rosario Livatino, ad Agrigento, domenica 9 maggio 2021viene beatificato per il suo impegno umano, cristiano e professionale contro ogni forma di ingiustizia e per aver lottato contro la mafia.
È facile notare come in questi due eventi molto diversi, ritornano identici due aspetti: il chi, Rosario Livatino, e il perché. Sono proprio questi gli elementi che, a mio parere, Marco Pappalardo mette in evidenza nel suo libro Non chiamatelo ragazzino. Rosario Livatino, un giudice contro la mafia, molto ben illustrato da Roberto Lauciello.

Nel raccontare la storia di Livatino ai ragazzi dai 10 ai 13 anni circa, è bello proprio partire dalla sua figura perché vicina nel tempo, ma anche nel modo di vivere. L'autore prende alcuni testimoni d'eccezione, in queste pagine, infatti, parlano di lui e per lui la sua città, alcuni oggetti personali, i luoghi di studio e di lavoro, i simboli della fede e della giustizia, dei testimoni. Se è divertente immaginare oggetti che parlano, è molto coinvolgente sentire "la voce" di chi lo ha visto nascere e crescere da vicino. Dalla nascita alla vita di bambino in paese, tra i giochi con i compagni e la scuola, seguiamo Saro, così era affettuosamente soprannominato, fino all'avviarsi, molto presto, della sua carriera di magistrato e giudice. Impegno nello studio, senso della giustizia, fede in Dio, umorismo, amori vengono raccontati dalle sue parole prese dalle agende che lo accompagnano ogni giorno, come un diario.
Proprio la normalità della sua vita è motivo per i ragazzi stessi di fermarsi e farsi qualche domanda sul loro modo di affrontare le sfide della loro età. Alla fine di ogni capitolo una scheda con diversi interrogativi può essere usata da insegnanti, genitori ed educatori per far riflettere i giovani lettori.

paoline marco pappalardo non chiamatelo ragazzino libro 1Non manca, per gradi e con un po' di suspense la descrizione dell'omicidio, tuttavia quello che emerge con molta forza è la motivazione che guida il nostro Rosario nel suo lavoro. Intanto la sua passione per la giustizia, la difesa dei diritti, la condanna del male. Ma anche un vero e proprio slogan: S.T.D. «Tre lettere, un programma di vita! Tre lettere, un enigma da principio complesso per chi svolge le indagini alla morte di Rosario; avrebbero potuto essere codici che nascondevano segreti importanti sulla mafia?». Semplicemente Sub Tutela Dei, Sotto la protezione di Dio, a indicare come ogni momento della giornata fosse per lui accompagnato dalla fede in Dio.
Marco Pappalardo in tutto il libro allora mostra il perché della vita di questo giovane e coraggioso uomo, lo scopo del suo agire che è anche la causa della sua uccisione e la motivazione della sua beatificazione:

Ogni persona, quando vive il proprio lavoro e dovere con senso profondamente evangelico, diventa costruttore di pace, cercatore di giustizia, custode dei più deboli e in questo modo intraprende il percorso verso la santità. Come padre Pino Puglisi, il nostro giudice ha vissuto la sua fede in modo concreto, integrando ciò in cui credeva, le parole del Vangelo, con il suo servizio allo Statoper la giustizia e contro ogni sopraffazione sociale. La santità passa per la vita quotidiana; per questo oggi più che mai la sua testimonianza normalmente straordinaria, supera i confini.

È significativo che solo alla fine prenda la parola proprio Livatino, chiamato giudice ragazzino per la sua giovane età, anche se a volte il termine è negativo, quasi per dire che non fosse all'altezza della lotta alla criminalità organizzata. Eppure proprio quel "chi" e quel "perché" ci raccontano di "ragazzini" che anche oggi posso essere credibili, come diceva Rosario: «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili». Allora:

Non chiamate me e neanche altri giudici ragazzini!
Non chiamateci giudici ragazzini perché svolgere bene il proprio dovere non ha età.
Non chiamateci giudici ragazzini, ma date ai ragazzini di oggi i mezzi, lo spazio, l'opportunità, i modelli, le risorse per essere fra qualche anno quei giudici che sconfiggeranno ogni tipo di mafia, impegnandosi per la giustizia e per il bene comune!

 

Leggi un estratto del libro

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Non chiamatelo ragazzino
Rosario Livatino, un giudice contro la mafia

L'impegno, i sogni, il coraggio, la fede e lo stile di vita scelto fanno di Rosario Livatino, il giovane giudice siciliano ucciso dalla mafia, tutt'altro che un «giudice ragazzino», come è stato soprannominato. In queste pagine parlano di lui e per lui la sua città, alcuni oggetti personali, i luoghi di studio e di lavoro, i simboli della fede e della giustizia, e alcuni testimoni...

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