Amiamoci per amare

XXXI Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 2018

Non possiamo amare Dio e il prossimo se non amiamo noi stessi e non ci impegniamo a essere persone vere, sincere, giuste.

«Il primo è: "Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Il secondo è questo: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Non c'è altro comandamento più grande di questi».
Questa risposta che Gesù dà allo scriba l'abbiamo sentita tante volte e tante volte l'abbiamo commentata, meditata, tanto che è quasi fastidioso ascoltarla ancora. Però dobbiamo farlo, perché se non c'è comandamento più grande di questi è inutile parlare degli altri se questi non sono vissuti. Non ci sarebbe bisogno di ripeterceli se fossero universalmente messi in pratica. Cosa che basta non essere ciechi e sordi per verificare che così non è. Anche tra noi. Anche dentro di noi. Purtroppo, in questi ultimi anni sembra stia tornando vincente la cultura che papa Francesco chiama della "esclusione" dei diversi, dei semplicemente "non sono dei nostri", dei muri da costruire, dei "prima noi poi gli altri". L'esercito degli Stati Uniti che va verso il confine con il Messico per respingere la colonna di uomini, donne e bambini che da diversi Paesi dell'America latina è in marcia va verso gli Stati Uniti, diventando sempre più numerosa di città in città, in cerca della speranza di una vita migliore, è un segnale inequivocabile di questa mentalità che si va diffondendo nell'opinione pubblica e nei comportamenti privati. La si chiama "sovranismo" per evitare ipocritamente parole che richiamano situazioni storiche che si credeva fossero definitivamente tramontate.

Se non c'è altro comandamento più importante di amare Dio e il prossimo, l'impegno a prenderli sul serio deve necessariamente essere per ogni credente urgente e continuo. Come incoraggiarci? Prima di tutto, per non essere lontani dal regno di Dio come lo scriba, dobbiamo essere convinti che essi sono un bene per noi, come diceva Mosè al suo popolo: «Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice». Domenica scorsa la liturgia ci faceva pregare: «O Dio, fa' che amiamo ciò che ci comandi».

Di questo possiamo convincerci, facendo attenzione al paragone che Gesù, riprendendo Mosè, ci indica: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ciò vuol dire che se non amiamo noi stessi, saremo incapaci di amare gli altri, e di conseguenza Dio che è negli altri, come l'evangelista Giovanni precisa in maniera inequivocabile: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede... Chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1 Gv 4,20), e di conseguenza: chi ama il fratello ama Dio.

Amare sé stessi sembra proprio un lavoro che abbiamo messo da parte. L'impegno educativo sta diventando un campo abbandonato come quelli delle nostre colline e dei nostri monti. I bambini. Guai a indirizzarli e a guidarli verso certi valori e comportamenti. Sarebbe come creare loro dei traumi. Salvo poi meravigliarci se lanciano le sedie contro gli insegnanti, e pretendono con gli insulti e con la minaccia di fare intervenire i genitori, di avere la sufficienza senza averla meritata. I ragazzi e i giovani. Non possono essere redarguiti se nel week end si fanno lo spinello e si ubriacano ("che vuoi che sia, lo fanno tutti!"). Se glielo proibisci, non si sa come possono reagire. Il rispetto della parola data e la conciliazione amichevole dei contrasti sembra un retaggio dei tempi bui, adesso si procede con le querele e con gli avvocati. La paga agli operai? Meglio trattenerla in banca con la scusa della crisi. I politici possono promettere le cose più assurde, tanto si sa che non le manterranno. E tutti in coro contro le mafie e la corruzione, basta non farsi pescare con le mani nella marmellata.
Una volta succedevano le stesse cose e forse anche di peggiori. Ma erano considerate un male. Adesso sembra normale di vivere così, da mezze tacche, da persone vuote di senso come quelle che le showgirl ci propinano nelle trasmissioni della domenica pomeriggio.

Se vogliamo entrare nel regno di Dio, dobbiamo tornare a volerci bene. Che significa lavorare per essere persone vere, sincere, generose. E se gli altri non lo fanno? Non lo faranno mai se non c'è chi propone alternative alla volgarità, alla sciatteria, al non senso. Vogliamoci bene per volere bene.

Letture del giorno

Dt 6,2-6; Sal 17; Eb 7,23-28; Mc 12,28b-34

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