Anche i nostri occhi fissi su Gesù

III Domenica del tempo Ordinario - Anno C - 2016

Prima della presentazione che Gesù fa di se stesso a Nazaret, la liturgia ci fa ascoltare il prologo del vangelo di Luca, per ricordarci che nella domenica non ascoltiamo raccontini edificanti o belle favole, ma fatti realmente accaduti, appurati da "ricerche accurate".

Questo richiamo ci fa bene, non tanto perché anche oggi non mancano coloro che, nonostante tutte le prove, vorrebbero far credere che "questo Gesù chissà, forse, può anche darsi che qualcosa..." (ci hanno provato da sempre a sminuirne la realtà storica senza riuscirci e non ci riusciranno mai), ma perché se ciò che ascoltiamo è veramente accaduto su queste nostre strade, può e deve accadere ancora.

Cos'è che è accaduto?

Gesù, dopo trent'anni di vita operosa e silenziosa, dopo aver manifestato a Cana la sua gloria, ha iniziato a predicare sulle rive del lago di Tiberiade, suscitando meraviglia con un messaggio "nuovo, mai sentito" e segni straordinari mai visti, tanto che "la sua fama si diffuse in tutta la regione". Preceduto da questa fama, torna a Nazaret. E' sabato. Entra nella sinagoga che aveva frequentato come ogni buon ebreo fin dai dodici anni, sceglie un brano del profeta Isaia e legge: "Lo Spirito del Signore è sopra di me...".

Chissà quante volte lo aveva sentito proclamare e commentare insieme ai suoi compaesani. Ma questa volta cambia tutto. Dopo aver riconsegnato il rotolo all'inserviente, si mette seduto e mentre "gli occhi di tutti erano fissi su di lui" (E' bellissimo. Sembra proprio che l'evangelista, con le sue "ricerche accurate" sia riuscito a raccogliere la testimonianza di qualcuno dei presenti), Gesù non un commenta, non spiega, non predica, ma una proclama: "Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato". Cioè: "Sono io colui del quale il profeta parla".

Sappiamo - lo riascolteremo domenica prossima - ciò che è avvenuto dopo. Oggi fermiamoci qui con i nostri occhi fissati su Gesù come quelli dei nazaretani. Non per dubitare della sua affermazione, o per rimproverargli di non avere compiuto gli stessi segni a Nazaret, ma per meditare sulla grandezza dell'impegno a cui ci chiama con la sua dichiarazione: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l'anno di grazia del Signore.

Parole grandiose, se pensate per Gesù. Da far tremare le vene e i polsi se le applichiamo a noi, chiamati dal Battesimo in lui alla stessa missione. Certo, il paragone con Gesù ci spaventa, ma, nonostante la nostra piccolezza, non possiamo sottrarci, perché essere cristiani è cercare di vivere come lui è vissuto. Ma come facciamo? Non sappiamo fare i miracoli, ma possiamo fare il miracolo di una vita buona, quotidianamente e umilmente impegnata a combattere tutto ciò che si può racchiudere nella definizione di papa Francesco: "la cultura dello scarto".

Questo come singoli e come comunità, dove la cultura dell'accoglienza può essere praticata, testimoniata e annunciata, nella convinzione che "tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo", perciò: "Non può l'occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi», e nessuno può essere scartato, "anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno".

Dove trovare la forza per compiere questo miracolo? Non c'è a cercarla, ma da accoglierla, perché lo Spirito del Signore che è sopra Gesù è anche su di noi, e, come per gli Ebrei che cercano di riprendere coraggio dopo l'esilio, la gioia del Signore è la nostra forza.

Letture del giorno

Ne 8,2-4.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

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