Collaboratori di un Dio esigente e paziente

III Domenica di Quaresima - Anno C - 2022

La preghiera è vera se è anche impegno a realizzare ciò che si chiede.

Il racconto di Mosè e il roveto ardente, evento fondamentale della storia della Salvezza, è così suggestivo e misterioso che non si finisce mai di immaginarlo e di meditarlo da qualsiasi angolo visuale lo si consideri. Avviciniamolo come se fosse un fatto di cronaca, che accade adesso, davanti a noi.

Sul monte Sinai

I protagonisti: Mosè e Dio. Mosè, fuggito dall’Egitto dopo il tentativo maldestro di liberare quello che aveva scoperto essere il suo popolo, è finito in montagna a pascolare il gregge del suocero. Non è granché, ma è al sicuro e tranquillo. Dio gli si rivela attraverso un roveto che arde senza consumarsi. Il pastore si incuriosisce: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo», e Dio si presenta: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Cioè, sono colui che vede le vicende umane, entra dentro e le accompagna. Infatti: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze». Anche Mosè le conosce, proprio per esse è finito lì. Continua Dio: «Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Noi avremmo esclamato: “E allora liberalo, cosa aspetti? Tu puoi tutto. Puoi distruggere l’Egitto in un attimo”; ed è così che esclamiamo nelle nostre preghiere, anche in quelle che salgono al cielo in questi giorni: “Fa’ cessare la guerra tra Russia e Ucraina, e sconfiggi questa pandemia che ci tormenta”. Tra Dio e Mosè le cose non vanno così (purtroppo il testo della liturgia tralascia i versetti 10-13). È Dio che chiede a Mosè di impegnarsi: «Perciò va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». All’enormità della richiesta, Mosè esclama: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall'Egitto?». La risposta non è: “Farò tutto io, tu sarai la mia controfigura”, ma: “Tu impegnati e io sarò con te, ti sarò accanto, perché io «sono colui che sono!», cioè colui che c’è, che è vicino, che accompagna come ho fatto con Abramo, Isacco e Giacobbe”. Mosè, dopo aver provato a rifiutare per cinque volte, accetta la consegna, la vivrà in una vicinanza con Dio a volte tumultuosa, ma così profonda che lo porterà a parlare con lui, «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (Es 33,11).

Sul lago di Genesaret 

Dal Sinai scendiamo al lago di Tiberiade. Gesù sta parlando. “Alcuni” vogliono sapere se le vittime di due fatti di cronaca: i Galilei fatti massacrare da Pilato, e diciotto persone, morte nel crollo della torre di Sìloe, se l’erano meritata perché peccatori. Gesù nega decisamente il rapporto diretto tra disgrazie e peccato, tra colpa e pena: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico…. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico». Poi. con altrettanta fermezza ammonisce: «Ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Questo invito alla conversione è sorprendente, perché non è immediato il nesso tra conversione e strage di Pilato, crollo della torre, e quindi guerre, pandemie, terremoti, disastri...

Sotto l’albero senza frutti

Le parole di Gesù sono difficili da capire se intendiamo la conversione in maniera riduttiva, come smettere di dire parolacce, dare più spazio alla preghiera e a qualche opera buona. Quella che Gesù chiede è accettare la collaborazione con Dio nel costruire la vita così come egli l’ha pensata: senza miseria, schiavitù, grida di dolore. Per Gesù convertirsi vuol dire rendersi disponibili alle sue consegne, come Mosè sul monte, impegnandosi a collaborare con lui per ottenere ciò che chiediamo.
Dio è esigente. Ci vuole alberi che producono frutti. Dio è paziente. C’è sempre il vignaiolo che lo invita ad aspettare ancora, che zappa intorno e mette il concime. Chi è il vignaiolo? I suoi interlocutori non potevano saperlo. Noi sì. È Gesù che vede le nostre difficolta, si fa vicino, cammina con noi.

Letture del giorno

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102 (103); 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

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