Portare luce dove regna il buio.
«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare». L’inizio del brano evangelico che oggi la liturgia ci propone può far pensare a una scelta di Gesù dettata dalla paura per il tiranno. Non è così. Se avesse avuto paura sarebbe rimasto a Nazaret, un piccolo paese insignificante (nell’Antico Testamento non viene mai nominato) lontano dai centri di potere, e nemmeno di buona fama («Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?» Gv 1,46). È più logico ritenere che, chiusa con il carcere e poi la morte la vicenda del Battista, Gesù abbia voluto dare un avvio deciso alla sua missione, partendo dalla Galilea dove, come annunciato dall’antica profezia di Isaia, c’era più che mai bisogno di «una grande luce per il popolo che abitava nelle tenebre». La Galilea, che il profeta chiama “Galilea delle genti”, era un territorio di genti, di fedi, di opinioni, di culture diverse e in continuo cambiamento, perché territorio di passaggio di mercanti, di eserciti, di ribelli lungo la Via del Mare, la strada commerciale e militare che collegava l’Egitto a Damasco.
Quella di Gesù perciò fu una scelta strategica. L’evangelista, che non riferisce mai particolari storici e geografici per soddisfare la curiosità dei lettori, citando il cambio di residenza di Gesù fa capire che vuole comunicare un messaggio di grande importanza: la luce va portata dove serve, dove ci sono le tenebre, “nelle periferie”, - diceva papa Francesco - dove la fede personale e la chiesa diventano «un ospedale da campo dopo la battaglia». Per l’appunto la Galilea.
Anche noi come Gesù e con Gesù dobbiamo andare nella “Galilea delle genti” a predicare e a praticare la conversione. Ma dov’è questa Galilea?
È in noi, confusi da proposte di vita diverse e contrastanti. È nella famiglia, negli amici, nei colleghi… scossi da proposte, convinzioni e situazioni fino a pochi anni fa inimmaginabili: matrimoni tra persone dello stesso sesso, figli in provetta, uteri in affitto… È nella scienza con scoperte che stravolgono la vita, come l’Intelligenza Artificiale che sa fare più cose, meglio e più velocemente di chi l’ha inventata. È nelle nostre parrocchie con l’inefficacia delle tradizionali iniziative pastorali.
È in questa “Galilea delle genti” che dobbiamo portare la “grande luce”, anche con la nostra fede, piccola fiammella tremolante.
Andiamo, dunque, come Gesù e con Gesù in Galilea per predicare (ci sono tanti modi per farlo e dove farlo) e per praticare la fede (in tutti i luoghi di vita che pratichiamo), senza dimenticare mai che, come scriveva sant’Ignazio di Antiochia ai cristiani del suo tempo: «È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo” (dalla «Lettera agli Efesini»).
In Galilea, Gesù organizzò la sua “centrale operativa” a Cafarnao, una delle città più importanti del lago, dove il potere religioso di Gerusalemme era lontano, e lo zelo dei farisei si scontrava con i problemi del lavoro, gli interessi dei mercanti, degli esattori, dei cambiavalute. Qui, camminando «lungo il mare di Galilea», tra i pescatori, che tornati a riva dalla pesca notturna senza aver preso niente, riparavano le reti, Gesù iniziò a formare il suo gruppo, promettendo di rendere «pescatori di uomini» coloro che avrebbero accettato il suo: «Venite dietro a me». Quelli che accettarono partirono con lui per tutta la Galilea, «insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo». Ovviamente, pur con le inevitabili differenze, si parva licet componere magnis, è la stessa chiamata e la stessa promessa che Gesù fa a noi.