Cristiani come Pietro. Chiesa come Pietro

III Domenica di pasqua - Anno C - 2016

L'incontro con il Risorto, narrato in questa terza domenica di Pasqua, ci invita a riflettere sulla figura di Pietro, personaggio fragile e forte insieme, trasformato in testimone coraggioso dall'affetto profondo e sincero per Cristo.  

Gli undici apostoli si stanno radunando in Galilea, come Gesù aveva fatto dire loro dalle donne la mattina della risurrezione (Mc 16,7). Sono agitati, confusi e incerti su ciò che sta veramente accadendo. Alcuni hanno visto il Risorto, o hanno sentito di alcuni che lo hanno visto. Troppo poco per essere rassicurati. Le poche le visioni sono state dei flash che più che far vedere hanno abbagliato gli occhi. Ora aspettano un incontro vero, sicuro, chiarificatore. Ma l'attesa è difficile da sopportare, soprattutto per Pietro, che, per ingannarla, decide: "Io vado a pescare". Gli altri lo seguono, ma più che i dubbi e gli interrogativi, scacciano i pesci. Non prendono nulla.

All'alba, mentre stanchi e delusi si avvicinano alla riva, una voce chiede loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". "Figlioli!". Sembra quasi una presa in giro. Il loro secco: "no" descrive il loro stato d'animo. Nonostante ciò, forse per l'eco misteriosa di qualcosa che era già accaduta, obbediscono a quello sconosciuto, che li invita a gettare la rete all'alba e a un centinaio di metri dalla riva, quando e dove nessun pescatore lo farebbe. E "non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci". A questo punto Giovanni intuisce e Pietro agisce: lo raggiunge a nuoto, perché la barca è troppo lenta per i suoi sentimenti.

Sulla riva

Colui che aveva chiesto da mangiare, lo ha preparato per loro: "un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane". Vedono che è il Signore, ma non parlano. Hanno paura di chiedergli se veramente è lui, forse per timore che scompaia subito. Parla il Signore, chiedendo un po' del loro pesce, che in realtà è il suo, perché pescato sulla sua parola. E' sempre Pietro a eseguire. Sembra di vederlo mentre trascina faticosamente a "terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci". Mangiano in silenzio, mentre il Signore dà loro da mangiare come a "figlioli".
"Quand'ebbero mangiato", Gesù si rivolge a Pietro, facendo risuonare sulla riva il triste ricordo del canto del gallo. L'apostolo è spiazzato, ma come sempre si riprende, calando il suo asso: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene".

Su questa dichiarazione dell'apostolo, che è la definizione della sua persona e della sua fede, Gesù, con il suo: "pasci le mie pecore", mantiene la promessa: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,18), e stabilisce che per essere sue pecore e sua Chiesa bisogna potergli dire come Pietro: "Tu sai che ti voglio bene".

Detta così, può sembrare un'affermazione poetica, retorica e senza risvolti pratici. Invece questa dichiarazione deve essere l'anima e il fine della vita cristiana, singola e comunitaria. Anche le iniziative più clamorose e apparentemente efficaci valgono niente, se non nascono dal volergli bene. Soltanto questo vince le nostre debolezze e ci dà la forza di essere suoi. Come Pietro.

Il sommo sacerdote, sicuro di fare un boccone di un gruppo di sbandati e di un pescatore che si era fatto mettere paura da una serva, si trova davanti un uomo che gli chiude la bocca con un secco: "Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini", e non ha paura di accusarlo di avere fatto uccidere un giusto. Lo frustano? Se ne va via, seguito dagli altri, "lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù". Questo è volergli bene.

Soltanto così, anche oggi, si può essere capaci di obbedire a Dio invece che agli uomini, e di non farsi intimidire dalle frustate.


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