Gesù non è come lo vorremmo

III domenica del Tempo Ordinario - Anno C - 2022

Potremmo essere anche noi “compaesani” di Nazaret.

La famiglia di Gesù - secondo ciò che dicono i vangeli e non i fantasiosi apocrifi - tornata dall’Egitto, si stabilì a Nazaret. Qui, Gesù sicuramente rimase fino a dodici anni, di ritorno da Gerusalemme, ritrovato dai genitori nel tempio. Poi le notizie - sempre messe da parte le leggende su viaggi in terre lontane o permanenze prolungate con gli eremiti del Mar Morto - si fermano. Niente viene detto su dove e come abbia trascorso gli anni dai dodici ai “circa trent’anni”, ma il fatto che i compaesani ne conoscono la paternità («Non è costui il figlio di Giuseppe» Mt 13,55), la maternità, la parentela e il mestiere («Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?» Mc 6,3) induce a ritenere che sia rimasto tranquillo e operoso nel paese, dove lo incontriamo in visita dopo il battesimo nel Giordano, dopo la prova dei quaranta giorni nel deserto, dopo essere diventato famoso, «insegnando nelle sinagoghe» con «grandi lodi».

Ne scrive l’evangelista Luca con grande bravura. È sabato. «Secondo il suo solito» - chissà quante volte si era ritrovato là dentro con i suoi compaesani - entra nella sinagoga e si alza a leggere. Trova il brano del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione» per una missione di salvezza. Quindi riavvolge il rotolo, lo riconsegna all’inserviente e siede. Nella sinagoga, gli occhi di tutti sono fissi su di lui, aspettando qualcuno dei segni prodigiosi dei quali hanno sentito raccontare. Niente! Soltanto una dichiarazione che appare presuntuosa, quasi blasfema: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Cioè: l’uomo della profezia sono io. Allora scatta il rifiuto: «Non è il figlio di Giuseppe?». Cioè: “chi si crede di essere?”.
Sappiamo come andò a finire, e domenica prossima la liturgia ce lo ricorderà.

Troppo ciechi e invidiosi questi compaesani? No, nella norma, come noi. Sappiamo quanto l’invidia scorra nei confronti dei “compaesani” (colleghi, ma anche tra familiari…) che emergono. Non è su questo, però, che il brano invita a meditare, bensì quanto sia difficile accogliere Gesù e la sua parola quando non sono come noi li vorremmo. Anche a noi capita di volere un Gesù che opera prodigi per noi, non quello che chiede a noi di compierli con lui: «portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Quando è così, viene da chiederci: “In fondo chi è Gesù? A cosa ci serve? Perché ci chiede questo?”. Il rischio c’è ogni volta che la parola di Dio ci risulta difficile da praticare.

La prima lettura racconta di Esdra, sacerdote e scriba e Neemia, governatore, che, tornati dall’esilio, dopo aver ricostruito le mura di Gerusalemme, vogliono fortificarla anche spiritualmente con la Legge di Mosè. Mentre veniva letta pubblicamente, tutti piangevano per averla dimenticata, tanto da dover essere consolati: «Non fate lutto e non piangete!»; «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato». Chissà quanti condivisero le loro “carni grasse e i vini dolci” e per quanto tempo lo fecero.

Oggi abbiamo pregato le bellissime parole del salmo: «la legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima, fa gioire il cuore, illumina gli occhi, è tutta giusta». Bellissime, ma quanto è complicato farle diventare concrete. Un esempio clamoroso è l’invito conosciutissimo e lodatissimo di san Paolo all’unità: «Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; … ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra». Quanto è stata portata (ed è portata) dentro la storia della Chiesa questa parola «che rinfranca l’anima e illumina gli occhi», della quale avrebbe dovuto (e dovrebbe) essere protagonista e testimone? Quanto lo viviamo e testimoniamo nella nostra realtà?
Non facciamo lutto e non piangiamo. Confidiamo nella gioia del Signore che è la nostra forza.

 

Letture del giorno

Nee 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18 (19); 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

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