Il pianto di Gesù davanti alla morte di Lazzaro non è rassegnazione, ma una rivelazione profonda: Dio non vuole la morte e soffre insieme all’uomo. Quel pianto diventa segno di vicinanza, condivisione e amore per ogni vita. Di fronte al dolore e alla perdita, non si è chiamati ad arrendersi, ma a reagire, custodendo e difendendo la vita in tutte le sue forme. Un messaggio forte e attuale che invita a contrastare tutto ciò che genera morte - dall’indifferenza alla sofferenza evitabile - e a riscoprire il valore della cura, della solidarietà e della responsabilità personale e sociale.
Non possiamo vincere la morte ma combatterla sì.
Come per prepararsi al “prodigioso duello” (sequenza pasquale) nel quale l’avrebbe definitivamente sconfitta con la sua risurrezione, Gesù ha affrontato tre volte la morte: quella della dodicenne figlia di Giàiro, accogliendo la supplica accorata del padre (Mc 5, 35-42); quella del giovane, figlio unico della vedova, mosso a «grande compassione» dal pianto della donna (Lc 7, 11-15); quella del suo amico Lazzaro, condividendo il dolore delle sorelle. In questo terzo confronto Gesù "scoppia" in pianto, quindi non un pianto discreto, trattenuto, ma dirotto, irrefrenabile, come quelli che purtroppo chissà quante volte abbiamo visto e abbiamo fatto, trovandoci nella stessa situazione di Gesù.
Al vederlo così turbato i giudei commentano: «Guarda come lo amava!». Giusto! Avremmo pensato anche noi così. Ma se il pianto di Gesù fosse dipeso soltanto dalla morte di una persona cara, la critica: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse, affrettandosi a tornare appena avuta la notizia?» sarebbe stata meritata. In quello scoppio di pianto, invece, c’è un messaggio fondamentale: la morte non è stata creata e non viene mandata da Dio, convinzione difficilissima da superare, presente un po’ nel rimprovero di Marta: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Reazione non diversa dalle nostre recriminazioni: “Signore, perché nostro figlio, nostro padre, nostra madre, i nostri amici… non sei venuto a svegliarli dal sonno come la dodicenne, come il giovane di Nain, come il tuo amico: Lazzaro?”.
Con il suo pianto Gesù condivide con noi lo strazio della morte, per assicurarci che Dio non è colui che ci getta nel sepolcro, ma colui che apre i nostri sepolcri e ci fa uscire dalle tombe; perché «non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c'è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra» (Sap 1,13-14). Davanti alla morte, comunque essa colpisca Dio piange come piange Gesù. È una verità che non riusciamo a comprendere perché, se Dio non la vuole, da dove sbuca la morte? San Paolo risponde che la morte è entrata nel mondo con il peccato (Cfr. Rm5,12). Questa risposta non ci basta, ma non ce n’è un’altra. Perciò non ci rimane altro che accettarla, che fidarci, che piangere con Gesù ogni volta che essa arriva. Ma non basta.
Piangere con Gesù davanti alla morte non è né rassegnazione né una resa ma uno stimolo fortissimo ad amare la vita, questa nostra vita, ogni vita. Perché se Dio ama la nostra vita, se Gesù ama la nostra vita, dobbiamo amarla anche noi. Con tutte le forze. In tutti i modi. Sempre. Nessuno escluso. Soprattutto nei più deboli. E non dobbiamo sprecarne nemmeno un istante per ciò che non è vita, difendendola con i denti dalla morte e dalla sua corte: sofferenza, dolore, angoscia…, e facendola uscire dai sepolcri della banalità, della volgarità, della violenza, del nonsenso, del disinteresse per la vita degli altri. Non possiamo vincerla, ma possiamo contrastarla, evitando i comportamenti che la favoriscono. Tantissimo, poi, possiamo e dobbiamo fare, sia a livello personale che sociale, promuovendo in tutti i modi possibili l’assistenza sanitaria, come ha dichiarato Papa Leone XIV nel convegno sulla salute di questo 8 marzo [ndr. 2026]: «La salute non può essere un lusso per pochi, serve una copertura sanitaria universale». Impegnativo e doveroso, poi, consolare coloro che sono colpiti da lutti e malattie per alleviarne il dolore. È così che possiamo partecipare al “prodigioso duello” tra la morte e la vita che Gesù ha combattuto e combatte.
Gesù, tu piangi con noi
Signore Gesù,
un mio amico è morto,
nel pieno degli anni e delle forze.
Come Marta, ti grido:
«se tu fossi stato qui non sarebbe morto».
Vieni a svegliarlo
come hai fatto con Lazzaro.
Ma tu non verrai.
Tanta gente era morta quel giorno con Lazzaro,
e i parenti e gli amici ti pregavano di svegliarla.
Soltanto dal sepolcro di Lazzaro
togliesti la pietra,
per farci capire che tutti coloro che muoiono
non sono morti, ma dormono.
Signore Gesù
davanti al sepolcro di Lazzaro ci hai rivelato
che Dio non vuole la morte ma la vita.
Tu hai pianto.
Come Marta e Maria.
Come ogni parente e amico.
Per dirci che Dio soffre e piange
quando la morte colpisce.
Signore Gesù,
tu ora piangi - io lo so -
con la moglie e i figli del mio amico.
Il tuo pianto mi dà la certezza
che anche il mio amico non è morto.
Si è già risvegliato in te.
Cfr. Tonino Lasconi, Io con te per 365 + 1, Paoline.