L’Ascensione di Gesù non segna un addio, ma una presenza nuova e continua accanto a ogni uomo e donna. Le parole “Io sono con voi tutti i giorni” diventano un invito a vivere la fede nella quotidianità, attraverso gesti concreti di amore, servizio, perdono e solidarietà. Una riflessione intensa sul significato dell’essere testimoni del Vangelo oggi, portando speranza e umanità nei luoghi della vita di ogni giorno: in famiglia, al lavoro, tra gli amici e nelle relazioni quotidiane.
Gesù non è asceso al cielo per lasciarci ma per starci vicino.
Sembra di vederle queste persone che incantate e rapite guardano Gesù salire verso il cielo, scomparendo oltre le nuvole. Nonostante le ripetute assicurazioni - «Non vi lascerò orfani»; «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» - sono tristi. Non potrebbe essere altrimenti: scompare una persona che ha riempito la loro vita di speranza, di desideri e di senso. Anche in noi l’Ascensione al cielo può suscitare una sensazione di abbandono, di vuoto, di addio. Ma anche a noi i due uomini in bianche vesti rivolgono il deciso invito: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». Come dire: “Cosa aspettate? Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”. Fare discepoli… Non è facile eseguirlo e nemmeno capirlo. Gli interrogativi e i dubbi sono tanti: “Salito in cielo dove sta, cosa fa, come rimane con noi?”.
«Sono con voi tutti i giorni» assicura Gesù. Il gruppo del monte iniziò a capire la sua promessa non molti giorni dopo quando, presso la porta del Tempio, Pietro raddrizzò le gambe allo storpio, dicendo: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6). Gesù, come promesso, realizzava la vicinanza con i suoi discepoli, dando loro la possibilità di compiere le stesse opere che lui aveva compiuto: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,12).
Ma noi? Come possiamo sentirlo vivo e vicino? E come può essere accanto a tutti? E che aspetto ha? Quello di Santa Faustina Kowalska, oppure quello di Santa Teresa d'Avila, o di Santa Brigida di Svezia, o di Santa Margherita Maria Alacoque?
Non ci sono spiegazioni scientifiche che plachino i nostri dubbi e i nostri interrogativi, ma qualcosa possiamo intuirla. Salendo in cielo, Gesù torna nella sua dimensione divina e come Dio è presente in cielo, in terra e in ogni luogo, senza legami di tempo e di spazio. Ognuno può dargli il volto, lo sguardo, la voce che più lo conforta, senza dimenticare però che egli si rende presente in chi è fedele alla sua consegna: «Di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra»; «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato».
Purtroppo da questa consegna, un po’ per l’educazione ricevuta, ma soprattutto per tranquillizzarci, ci tiriamo fuori, riservandola al papa, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e a laici “clericalizzati”. Dobbiamo superare e abbandonare questa convinzione perché senza questo impegno tutto il resto non conta. Gesù non ci ha chiesto di essere bravi cristiani (anche questo!) e onesti cittadini (anche questo!) ma prima di tutto testimoni.
“Sì, belle parole ma… Come possiamo fare discepoli e dove andiamo a farli addirittura fino ai confini del mondo?”. Abituati pensare la fede come mezzo per chiedere a Dio protezione e consolazione nelle pesantezze della vita, facciamo fatica più a capire che a realizzare.
Gli uomini e le donne dal Monte scendono e partono a fare discepoli, cominciando dalla Palestina, con grandi segni come quello di Pietro, ma soprattutto con quotidiane testimonianze. Noi non siamo capaci di far camminare gli storpi, ma di “predicare” tra la gente che incontriamo per strada, con i familiari, con i vicini, con gli amici, in tutti i luoghi in cui la vita ci porta: il bar, l’autobus, l’ufficio, la fabbrica, l’ambulatorio, l’ospedale, il negozio, il mercato, sì. Dovunque parole vere, buone e sagge; dovunque gesti di gratuità, di perdono, di comprensione, di servizio, di solidarietà. È così che diventa alla nostra portata annunciare il vangelo a tutto il mondo.
Senza batterci sempre il petto, ringraziamo il Signore per quello che riusciamo a fare, e rafforziamolo, rinfreschiamolo, rinnoviamolo. Con il Signore vicino, perché è asceso al cielo.