L'arte floreale nella liturgia/1

Un ministero a servizio del Mistero

Che senso ha adornare i luoghi liturgici? Quale beneficio procura alla Chiesa l'addobbo floreale e la cura dell'edificio sacro? Una preziosa indicazione per affrontare questo tema la ricaviamo dai Padri della Chiesa.

Adorna il tempio ma non dimenticare i poveri!

Commentando un noto passo del Vangelo di Matteo (Mt 25,31-46), san Giovanni Crisostomo ribadisce un concetto ampiamente condiviso dai Padri della Chiesa: Dio accetta i doni e le offerte alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri1; partendo dal presupposto che il fratello povero è immagine vivente di Cristo (papa Francesco direbbe che il povero è la carne viva di Cristo), i Padri della Chiesa invitano a una riflessione: che senso ha adornare i luoghi liturgici se poi siamo incapaci di accogliere il povero? Quale beneficio procura alla Chiesa l'addobbo floreale e la cura dell'edificio sacro, se poi trascura il tempio vivo dell'indigente? Nessuno, afferma san Giovanni Crisostomo, è stato mai condannato per non aver cooperato ad abbellire il luogo di culto, ma non altrettanto possiamo dire riguardo a chi dimentica il povero.

Parole severe e di non facile condivisione, ma che vanno rettamente intese affinché non si giunga a conclusioni distorte; quante volte abbiamo ascoltato, specie dalla bocca dei più polemici, che invece di sprecare soldi e mezzi per abbellire le chiese dovremmo donare tutto ai poveri? Anche a noi arriva spesso il monito: «Il mondo brucia e voi vi occupate del fiorellino?». La Scrittura, come sempre, ci fornisce il contesto giusto dal quale avviare la nostra riflessione.

La premura verso la casa del Signore è come «zelo che divora» ogni pio israelita (cf. Sal 69,10)

Sin dalle prime pagine veterotestamentarie, l'esperienza del popolo ebraico con il suo Dio sembra procedere di pari passo con la cura per i luoghi, il Tempio in cui il Dio Altissimo, tre volte Santo, si lascia incontrare: le precise indicazioni fornite a Mosè sul monte Sinai per l'allestimento della tenda del convegno (cf. Es 26,1-37) con i relativi arredi (cf. Es 27,1-21) e paramenti sacri (cf. Es 28,1-43) da un lato e la ricerca degli artisti migliori per la costruzione del tempio (cf. Es 35,10 e Es 36,1) dall'altro sono soltanto alcuni tra i numerosi esempi che si potrebbero citare. È pur vero che non mancano sonori e ripetuti appelli - spesso amplificati dalla voce dei profeti (cf. Is 3,15; Ger 5,28; Ez 18,12; Am 8,4) - perché l'apprensione verso il povero non sia soltanto un'affermazione di massima con la quale abbellire la propria condotta esteriore, ma corrisponda a un autentico atteggiamento di fede che sfoci nel fattivo intervento verso l'indigente (Dt 15,11; Sir 7,32).

Le parole di Gesù non rinnegano queste affermazioni, semmai le rinvigoriscono con il consueto linguaggio semplice ma tagliente: i poveri, in senso ampio, sono i destinatari del lieto annunzio (cf. Lc 4,18), «i beati» ai quali è promesso il regno di Dio (Lc 6,20), coloro nei cui confronti viene praticata la carità (Mt 19,21; Mc 10,21; Gc 2,5) e che, nonostante la loro povertà, spesso sono capaci di essere esemplari nella generosità (Mc 12,43); il tempio è la casa del Padre che non deve diventare luogo di mercato (Gv 2,16) e spelonca di ladri (Mt 21,13).

Eppure, quella che a prima vista sembrerebbe una situazione irriducibile, è destinata ben presto a svanire: la relazione tra la cura del povero e quella per la chiesa non vive di contrapposizione, semmai si combina in termini di giustapposizione. Per capire qual è il rapporto tra una Chiesa realmente e contemporaneamente attenta al povero che bussa alla porta per chiedere il pane (cf. Lc 11,5-8) e la cura per i luoghi in cui si celebra il Signore Risorto, basta forse lasciarsi accostare dallo stesso alito che soffia nel Vangelo, dove la parola di Gesù smentisce «l'imperdonabile spreco» di una donna trasfigurandolo nel più incantevole gesto offertoriale: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (Gv 12,7-8).

Abitare gli spazi sacri

È dunque il tempo di affondare le mani nel nardo prezioso perché ogni nostro gesto possa profumare di Cristo; ma per farlo abbiamo bisogno di ascoltare la voce del Diletto che ci chiama per invitarci a gustare i suoi cibi inebrianti (cf. Ct 5,1); è il Signore che parla a tutti e a ciascuno di noi e ci accoglie nella sala «grande e addobbata» (Mc 14,15 e Lc 22,12) perché possiamo ammirare già da adesso uno squarcio di Cielo.

Animata da tale spirito la Chiesa adorna il tempio con saggezza, semplicità e moderazione. Non sarà quindi la presenza o l'assenza dei fiori in un'aula liturgica a farci dire se una certa chiesa o comunità parrocchiale ha fatto la scelta per i poveri; ciò che contraddistingue il fedele autentico è l'intenzionalità dell'offerta: chi depone un fiore nella casa del Signore ribadisce la sua identità di discepolo che non si realizza e non si esaurisce nell'offerta floreale, ma si conforma di giorno in giorno al suo Maestro, ascoltando la sua Parola e nutrendosi della sua carne.

Il discorso, avviato ormai da tempo sull'arte floreale per la liturgia, stimola riflessioni profonde e ci permette di aderire a quei principi che dovrebbero guidare tutta l'azione pastorale nelle nostre parrocchie. Fiorire con intelligenza i nostri luoghi di culto non equivale a una futile preoccupazione, quasi fosse una banale sensibilità di pochi addetti al settore; significa invece abitare coscientemente gli spazi sacri della nostra fede, modulando il nostro respiro sul ritmo della Chiesa e facendo così nostre le istanze del Vangelo. Accogliamo dunque con gioia l'invito dei Padri ad adornare il tempio senza dimenticare i poveri: «Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello» (San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, omelia 50,3-4).


1Si fa riferimento in particolare alle Omelie sul Vangelo di Matteo di San Giovanni Crisostomo (Omelia 50), lo stesso concetto è ribadito, con parole simili, nei Discorsi di San Gregorio Nazianzeno (Discorso 14 sull'amore ai poveri) e nelle Omelie di San Basilio.

 

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