Nel Vangelo della samaritana (Gv 4,5-42) l’immagine dell’acqua diventa il filo conduttore che unisce la sete del popolo nel deserto, il pozzo di Samaria e il dono dell’«acqua viva» offerto da Gesù. In cammino verso la Pasqua, la liturgia invita a riscoprire il significato del Battesimo: solo Cristo può colmare la sete profonda dell’uomo e diventare in noi una sorgente che dona vita eterna. Un invito a lasciare le nostre “anfore” e a tornare alla fonte della fede.
Verso la Pasqua ravvivando il Battesimo.
Il brano di Vangelo di questa domenica è molto lungo e complesso, e offre tanti e diversificati stimoli alla riflessione che, per voler dire tutto, si può finire per non dire niente, finendo in usuali e scontate considerazioni. Per evitare questo rischio, lasciamoci guidare dalla liturgia che con la prima lettura ci indirizza verso ciò che fa da perno a tutto: l’acqua.
Nel deserto, in cammino verso la terra promessa il popolo soffre la sete. Dio provvede, facendo scaturire l’acqua da dove nemmeno Mosè pensava fosse stato possibile, tanto da percuotere la roccia con il bastone due volte (Nm 20,11), dubbio che forse gli costò la possibilità di attraversare il Giordano (Dt 34, 1-4).
Nella Samaria, l’affaticato in cerca d’acqua è Gesù. C’è un pozzo, ma è profondo e non ha un secchio per prenderla. La chiede a una donna, meravigliata che un giudeo sconosciuto le faccia questa richiesta e che, prima di riceverla da lei, si dica in grado di darle un’acqua che toglie la sete per sempre. La donna dubita che questo possa succedere e la scena si rovescia perché la donna scopre di avere sete non dell’acqua del pozzo ma di quella che lo sconosciuto le sta offrendo, dicendole tutto quello che aveva fatto e stava facendo. Così alla donna l’anfora per rifornirsi dell’acqua del pozzo non serve più. Recatasi lì in un orario insolito per evitare i commenti e le battutacce della gente, adesso corre a cercarla la gente, per invitarla a conoscere colui che potrebbe essere il Messia.
Fin qui il racconto. Ma quale messaggio c’è per noi nell’acqua della roccia, in quella del pozzo, in quella per la quale l’anfora non serve più?
Il popolo, che nel deserto soffre la sete e mormora: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per morire di sete nel deserto? Perché non metti le cose apposto in questo mondo che improvvisamente sembra impazzito e consegnato alla guerra, alla violenza e alla cattiveria di ogni tipo”, siamo noi. Gli Israeliti che tentano Dio, gridando: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?», siamo noi che protestiamo perché non ascolta e non interviene. La samaritana dei “cinque mariti, più un altro che marito non è”, siamo noi, disinibiti, senza tabù, sicuri che si può fare tutto, ma poi costretti a costellare le vie di telecamere per fermare coloro che vogliono davvero fare di tutto, compresi i figli che girano con il coltello. Siamo noi che stiamo smettendo di pensare, perché “tanto ci pensa l’intelligenza artificiale”.
L’anfora da abbandonare siamo noi che un po’ la lasciamo e un po’ la riprendiamo, barcamenandoci di qua e di là, tra pane materiale, ricerca del potere, un dio a disposizione, e qualche spizzico di ciò che esce dalla bocca di Dio, di umiltà, di carità. E allora che si fa?
Nel cammino verso la Pasqua, questa immersione ci ricorda che l’acqua viva in noi può diventare una sorgente che zampilla per la vita eterna, perché l’acqua è Gesù.
La Quaresima era il tempo in cui i candidati al Battesimo nella notte di Pasqua, ricevevano la preparazione finale con la catechesi, la preghiera, la carità. Noi che il Battesimo lo abbiamo ricevuto ma un po’ accantonato, quando non dimenticato, siamo chiamati a ravvivare il nostro «Signore dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete».
La stanchezza di Gesù è la nostra forza
Signore Gesù,
se non ti pensassi spesso
seduto accanto a quel pozzo,
stanco per la fatica e per il caldo,
forse non avrei il coraggio di credere in te.
Se tu fossi vissuto fra noi
sempre fresco e pimpante
come i personaggi della pubblicità,
sempre con il sorriso “tutto denti”
forse non avrei il coraggio di credere in te.
Perché io spesso sono stanco.
Dello studio e del lavoro.
Degli amici e dei nemici.
Di chi si comporta male
e di chi si comporta bene ma lo fa pesare.
Di quelli che non sono mai stanchi
e di quelli sempre stanchi.
Di quelli che mi devono ubbidire,
e di quelli che mi comandano.
In certi giorni, sono stanco di tutto.
Quando è così, Signore Gesù,
vengo vicino a quel pozzo e mi siedo accanto a te,
stanco sotto il sole di mezzogiorno.
E mi sento rinfrancato e tranquillo.
Signore Gesù,
non so imitarti quando sei in forma;
vicino a quel pozzo finalmente mi sento come te.
Cfr. Tonino Lasconi, Io con te per 365 + 1, Paoline.