L'amore che rende discepoli

VI Domenica di Pasqua - Anno A

L’amore per Gesù non si misura nelle parole, ma nella capacità di vivere ogni giorno i suoi comandamenti come scelte concrete di amicizia, gratuità e dono. Un invito a riscoprire una fede viva e appassionata, capace di rendere i cristiani riconoscibili nel mondo e di suscitare curiosità, conoscenza e sequela.

Stimolare curiosità, conoscenza, sequela verso Gesù.

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», «chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama». Non si diventa sui discepoli dicendo: “Signore, Signore!”, ma amandolo. Che è così lo sappiamo, non sempre ne traiamo l’impegno a osservare i suoi comandamenti, che non sono norme standard da rispettare, ma scelte di vita da compiere ogni giorno in una realtà che cambia continuamente e quindi continuamente da reinventare.
Non aiuta nemmeno una comprensione approssimativa della richiesta di Gesù, perché mentre nella lingua italiana con “amore” si intende tutto: l’amore per i figli, per l’innamorato, per la squadra di calcio, per il cagnolino…, nel linguaggio evangelico la parola significa un insieme di componenti: 1. il piacere che si riceve da tutto ciò che è buono e bello e che la vita ci offre gratuitamente (anche a Gesù piacevano i fiori dei campi e gli uccelli del cielo, l’ospitalità di Marta e Maria, il tempio di Gerusalemme); 2. l’amicizia che si costruisce ogni giorno con lealtà, sincerità, confidenza (come ha fatto Gesù con i suoi discepoli); 3. il dono, l’amore che si dà senza aspettarsi nessuna ricompensa, anche a chi non lo merita, a chi non ringrazia, a chi lo ritorce contro (la vita donata a tutti, anche a quelli che lo crocifiggevano). Queste componenti - riassunte dallo stesso Gesù nell’unico comandamento: «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12) - compongono l’amore che il Signore chiede per essere suoi amici.
Può sembrare una stranezza affermare che l’amore per Gesù deve comprendere l’ammirazione e la simpatia per lui, per la sua bontà, per la sua misericordia, per il suo messaggio. Infatti la nostra fede è vaga e fredda. Non deve mancare l’amicizia, nutrita e rinnovata continuamente con la preghiera, la fiducia, la fedeltà. Infatti la nostra fede è senza calore e gioia. Non può mancare la gratuità. Infatti la nostra fede si esaurisce nel chiedere grazie, ricompense, riconoscimenti.

Come è il nostro amore?

Qual è il nostro amore per Gesù? Ha la nostra simpatia anche umana per come è vissuto, per cosa ha fatto, detto e per come lo ha fatto e l’ha detto? Siamo almeno un po’ innamorati di lui? Siamo suoi amici? Gli parliamo, gli raccontiamo le cose, ci litighiamo, lo dimentichiamo, gli chiediamo perdono quando ci riconosciamo in difetto? Lo seguiamo nella capacità di donarci agli altri senza chiedere, né cercare niente in cambio? Se non è così – e non è così – dobbiamo cambiare, perché soltanto un amore così rende i cristiani riconoscibili e in grado di stimolare nei suoi confronti la curiosità, la conoscenza, la sequela. Incombenza estremamente necessaria perché per tantissimi, soprattutto per bambini e ragazzi, Gesù e i cristiani stanno diventando illustri sconosciuti. È necessario prendere consapevolezza che per tanti aspetti stiamo tornando agli inizi del cristianesimo, quando i discepoli di Gesù si presentavano al mondo con una fede da “innamorati”, disponibili anche a dare la vita.

Mirabili e paradossali

C’è un testo famoso dei primi tempi del cristianesimo che sembra scritto proprio per noi, per la nostra riflessione:

«I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera… Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi… A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (Lettera a Diogneto).

Quanto possiamo riconoscerci in questa fotografia? Per tanto, troppo tempo ci siamo accontentati di essere brava gente. Adesso è il momento di essere cristiani in regola con l’invito di Pietro: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».


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