Lasciamo parlare la Passione di Gesù

Domenica delle Palme - Anno B - 2018

Chi può aggiungere parole che non risultino fastidiose al racconto della Passione del Signore? Quindi, non un commento, ma uno stimolo ad accoglierla come verifica della propria fede.

La Domenica delle Palme è una di quelle celebrazioni non tanto da capire, quanto da vivere, come quelle opere teatrali nelle quali gli spettatori sono coinvolti fino a diventare protagonisti.
Nel "primo atto", con l'aiuto del ramoscello di ulivo – un segno concreto che rafforza pensieri e sentimenti – siamo chiamati a identificarci con gli abitanti di Gerusalemme che, con "delle fronde tagliate dai campi" e con "mantelli stesi sulla strada", accolsero Gesù che entrava nella città di Davide su un puledro preso in prestito.
Nel "secondo atto", con uno stacco netto, senza passaggi intermedi, siamo portati dentro al racconto della Passione del Signore per verificare se la nostra accoglienza a Gesù è come quella della folla di allora, che lo osannò la domenica e al venerdì gli preferì Barabba oppure se, seppur soggetta a crisi, incertezze e anche ad abbandoni, la nostra accoglienza è autentica e sincera, e va verso quella del centurione che, nel momento in cui era umanamente più umile e perdente, lo riconobbe figlio di Dio.

Strumento per questa verifica è l'ascolto attento della Passione del Signore. Essa è il racconto con il quale Gesù veniva annunciato prima che fossero scritti i quattro vangeli, dei quali quello di Marco, proclamato quest'anno, è il più antico. C'era chi lo ascoltava e rimaneva colpito e chiedeva di conoscere di più fino ad arrivare alla fede, oppure scuoteva la testa e se ne andava. Per noi che lo conosciamo è la verifica della qualità del nostro essere suoi discepoli. Ascoltiamolo, perciò, con un profondo silenzio interiore, seguendo Gesù che, da quando Giuda prende la sua decisione recandosi dai sommi sacerdoti per concordare tradimento e prezzo, rimane sempre più solo, subendo un abbandono dietro l'altro. Gli apostoli si addormentano e poi scappano. Il sinedrio, con un processo truccato, lo condanna per consegnarlo al governatore romano. Pietro perde il coraggio, recuperato per seguirlo dentro il palazzo, lasciandosi spaventare fino a rinnegarlo. La folla gli preferisce un assassino. Pilato lo consegna vigliaccamente in mano ai carnefici. E, alla fine, l'abbandono più misterioso e straziante, quello del Padre: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"
Siamo coinvolti in qualcuno di questi abbandoni? Cosa facciamo per uscirne? Quanto in noi c'è del centurione, che proprio quando l'uomo che gli sta davanti è allo stremo di ogni risorsa umana, proclama quello che era stato proibito di gridare agli spiriti immondi e agli stessi miracolati: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!»?

Con la sua "Passione", Gesù ci ha donato la possibilità di diventare figli di Dio in pienezza, come lui. Ma per esserlo realmente è necessario vivere come lui che, "pur essendo nella condizione di Dio, .... svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini..., umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce".

Il racconto della Passione del Signore interpella la nostra vita di credenti, ci chiama a verificare se la nostra fede è sequela, discepolato, camminare con lui e come lui, oppure decade in pratiche che non toccano il cuore, come quelle dei farisei, o in scelte volatili come quella delle folle che mutano a seconda delle convenienze.

Ascoltiamola questa storia della nostra salvezza. Lasciamola parlare dentro di noi: come – e più della pioggia e della neve – non rimarrà senza effetti.

Letture del giorno

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mc 14,1 - 15,47

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