Le promesse di Dio nelle nostre mani

XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 2018

Di fronte alle tante sofferenze che abbiamo ogni giorno davanti agli occhi, viene voglia di dire: cosa fa Dio? Ma la domanda giusta è: cosa facciamo noi? 

La parola di Dio di questa domenica si apre con uno dei brani che la liturgia ci propone di frequente, quasi quotidianamente, nel tempo di Avvento. Sono promesse nelle quali i profeti annunciano miglioramenti stupendi e straordinari agli "smarriti di cuore" per un presente tutt'altro che facile: «Si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto».
A queste promesse, generalmente, come in questa domenica, si accompagna un salmo che loda la bontà e la generosità di Dio: «Il Signore rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, protegge i forestieri».

Questi brani, anche se cerchiamo di respingerli in quanto ci sembrano mancanza di fiducia nei confronti del Signore, provocano fastidiosi interrogativi: «È proprio vero che il Signore dà il pane agli affamati, che protegge i forestieri, che compie tutte le altre azioni nei confronti dei deboli e dei sofferenti?». «Come possiamo credere a queste promesse, se abbiamo sotto gli occhi folle di affamati, di assetati, di perseguitati, di sfruttati?».
Questi interrogativi, se non compromettono la nostra fede, la disturbano. Anche perché chi non crede ci sfida: «Se Dio c'è perché non fa niente?». E la nostra risposta è impacciata e imbarazzata.

Non dobbiamo avere paura di questi interrogativi, cerchiamo serenamente la risposta nella parola di Dio che, come sempre, non ci arriva da ragionamenti complicati, ma da testimonianze.

In questa domenica ci risponde Gesù. Egli non soltanto conosceva le promesse dei profeti, ma affermava pubblicamente di essere venuto a realizzarle; e pregava con i salmi di sabato nelle sinagoghe. Gli portano davanti un sordomuto, uno dei tanti "smarriti di cuore" che lo circondavano continuamente, che è un simbolo della sofferenza umana: non sente e non parla. Vive nella situazione più penosa, tagliato fuori dalla comunicazione. Cosa fa Gesù? Non coglie l'occasione per lamentarsi. Si occupa di lui, premurosamente: lo prende in disparte, lontano dalla folla, e compiendo dei gesti che richiamano misteriosamente l'opera creatrice di Dio, gli apre gli orecchi e gli scioglie la lingua. E per il poveretto si realizza la promessa dei profeti.

Dio ha affidato a noi la sua volontà di bene, rovinata dal peccato. Tocca a noi realizzarla. Ma ecco subito un altro interrogativo: «Com'è possibile? Mica noi siamo Gesù! Mica possiamo aprire gli orecchi ai sordi e gli occhi ai ciechi!».

Non possiamo fare i miracoli di Gesù, ma ne possiamo tanti alla nostra portata. Prima di tutto possiamo e dobbiamo assumere la sua attenzione e premura verso tutti gli "smarriti di cuore", sia nei confronti di coloro che incontriamo di persona, sia con una vita sempre attenta alle povertà umane, sia fisiche che morali, e sempre disponibile a tutte le iniziative che si prefiggono di alleviarle e vincerle, nelle quali noi cristiani dobbiamo sempre essere in prima fila. Cosa che non sempre accade.

Intanto lasciamoci stimolare da san Giacomo, rivolgendo a noi la sua domanda: «Fratelli miei, se nelle "vostre riunioni" (in casa, nel condominio, nel lavoro, nel tempo libero, nelle amicizie...) entra qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito lussuosamente, ed entra anche un povero con un vestito logoro, come vi comportate?».
Rispondiamo con sincerità: facciamo in modo che ci sia un emarginato in meno, oppure ne creiamo uno in più, lamentandoci con Dio che non rispetta le sue promesse?».

Letture del giorno

Is 35,4-7a; Sal 145 (146); Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

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