Gesù si fa pane per nutrire la vita dell’uomo e trasformarla dall’interno. Di fronte al dono dell’Eucaristia, il rischio più grande non è il rifiuto, ma l’abitudine: quando la Messa diventa gesto distratto e la fede si separa dalla vita quotidiana, si perde la meraviglia davanti a un mistero che continua a farsi presenza.
Gesù si fa pane e bevanda per noi.
Alla affermazione di Gesù: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo», i Giudei reagiscono strabiliati: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Noi avremmo reagito allo stesso modo, e se lo facciamo ogni volta che durante la Messa nel momento della consacrazione sentiamo il sacerdote che le pronuncia, la nostra fede incorre in un pericolo letale.
La storia dell’Eucaristia nella Chiesa è stata attraversata spesso dalla negazione della presenza reale, anche aspra come quella dei Giudei sul lago di Tiberiade. Oggi no. Tra i cristiani non esistono posizioni che negano esplicitamente la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Serpeggia però un pericolo forse più grave: la superficialità, che induce alla banalizzazione per finire nella negazione inconsapevole. E questo non accade tra i non credenti, che della presenza reale di Gesù non gliene importa assolutamente niente, ma tra coloro che partecipano alla Messa. Molti sono i segni che comprovano questo comportamento da superare e cancellare. Ecco i più gravi.
Mentre le altre parti della Messa vengono sottolineate e animate da canti e gesti, il momento della consacrazione - fondamentale, perché se Gesù Cristo non si rendesse realmente presente nel pane e nel vino, tutto il resto sarebbe una pantomima - spesso scorre via veloce. Pochissimi guardano e adorano l’ostia consacrata e il calice che il celebrante mostra; quasi nessuno si mette in ginocchio o fa un inchino, tanto che questi gesti molto importanti che significano riconoscere la grandezza di Dio, rischiano di scomparire, come sta accadendo per il segno di croce quando si entra in chiesa e la genuflessione quando si passa davanti al tabernacolo o all’altare.
Un altro segnale, anche più preoccupante, è la facilità con cui ci si accosta alla comunione, dopo aver “assistito” distrattamente alla celebrazione; o dopo essere ritornati a Messa soltanto dopo l’estate; oppure per averlo fatto in occasione di battesimi, cresime, matrimoni e funerali.
Certamente, però, il segnale più allarmante è lo stacco vistoso e penoso tra la Messa e la vita. Celebrare la Messa significa “mangiare e bere” la vita di Gesù per portare nella nostra la sua Parola, cercando di vivere come lui è vissuto: «facendo del bene a tutti». Il “poi va a messa!” purtroppo non sempre è un’affermazione malevola e cattiva nei confronti dei praticanti.
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo», proclama Gesù. Di fronte alle sue parole non dobbiamo mai passare oltre senza meraviglia per un dono così grande e misterioso.
«O cosa mirabile, il pane degli angeli diventa pane degli uomini!», scrive San Tommaso d’Aquino, una delle menti più acute e profonde della storia della Chiesa e non solo, di fronte all’Eucaristia esclama. La sua meraviglia deve essere sempre anche la nostra.